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Psicanalisi : Se Freud va in Islam

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190510

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Psicanalisi : Se Freud va in Islam




Se freud va in islam
PSICANALISI Così molti musulmani potrebbero curare i disturbi mentali. Ma fede e tradizione li frenano, racconta un terapeuta palestinese

di Ulrich Schnabel

Nel suo studio di Friburgo, in Germania, lo psicanalista palestinese Gehad Marzarweh riceve molti pazienti musulmani e con loro lavora spesso sull'interpretazione dei sogni, una pratica familiare a molti arabi. L'individuo pienamente consapevole di sé è un ideale tipicamente occidentale. Ed è anche oggetto della psicanalisi. Nel mondo arabo-musulmano, invece, sono le gerarchie, la tradizione e la religione ad avere il sopravvento. La psicanalisi può comunque prendere piede in questi Paesi? Gehad Marzarweh. "Si contano una quindicina di psicanalisti arabi in tutto il globo e la maggior parte di loro lavora fuori dal mondo arabo. Nei Paesi musulmani si ha paura delle chiarificazioni, della presa di coscienza. È più facile sentir dire: "Noi non abbiamo bisogno della psicanalisi. Questo genere di cose sono per gli occidentali decadenti". Eppure credo che il mondo arabo non riuscirà a venir fuori senza terapie. Le strutture tradizionali stanno crollando. L'identità collettiva - quella delle tribù o dei clan, dove ognuno vive in funzione dell'altro - si sta sgretolando e non c'è nulla che possa colmare questo vuoto. A questo dobbiamo aggiungere il rapido sviluppo tecnologico e la laicizzazione. Tutto questo fa nascere un senso di irritazione e una profonda confusione". Come si manifesta questa irritazione? "C'è chi trova conforto nella religione. Altri imitano lo stile di vita occidentale e rifiutano il modo di vivere tradizionale a vantaggio del consumismo. Si registrano anche sempre maggiori problemi legati al consumo di alcool o di droga. E sono in molti a soffrire di disturbi psicosomatici". Come mai queste persone decidono di venire da lei? "Spesso non sanno neppure che cosa sia la psicanalisi, ma sono esposti a enormi sofferenze. La maggior parte di loro ha già consultato tutti i medici possibili, ma senza trovare una soluzione. A volte sono proprio questi medici che li mandano dallo psicanalista: più per impotenza che per convinzione". Ci sono categorie per le quali la psicanalisi non funziona? "Sì. Penso alle donne musulmane molto credenti. Le ragazze imparano fin da piccole che l'onore della famiglia dipende dalla loro verginità. Una volta diventate adulte, quando si trovano di fronte a un uomo arabo, si chiedono: "Che cosa racconterà al mio clan?". È del tutto improbabile che queste donne confidino a un analista arabo le proprie fantasie sessuali. È per questo che a volte preferiscono rivolgersi a uno psicanalista non arabo. Alcuni colleghi ebrei che lavorano in Israele mi hanno confermato di avere alcune palestinesi come pazienti. Si sentono più al sicuro: non hanno paura che la loro conversazione venga riferita a qualcuno del clan". Come spiega che alcuni commettano degli attentati suicidi? "Sono convinto che molte di queste persone abbiano già una naturale propensione al suicidio. Ho studiato la biografia di alcuni di loro e ho trovato in tutti lo stesso schema: fin dai primi anni di vita hanno dovuto fare i conti con la violenza e le umiliazioni in seno alla propria famiglia. Ma non hanno mai potuto manifestare la propria collera, perché nelle famiglie arabe la gerarchia non conosce ambiguità: c'è una sola persona che ha il diritto di essere violenta, ed è il padre. Che cosa può fare quindi un ragazzo che non riesce a sfogare la propria rabbia? La rivolge all'interno. Ma non ha il diritto di togliersi la vita perché per l'Islam il suicidio è vietato e condannabile. Queste persone sono quindi felici quando scoprono il modo di riversare la propria collera su un altro nemico. Sono convinto che senza qualche migliaia di psicoterapeuti e psicanalisti, nei prossimi venti o trent'anni il mondo arabo dovrà fare i conti con una catastrofe sociale". Fino a che punto occorre adattare i metodi di Freud quando si lavora con pazienti musulmani? "Mantengo la teoria dell'inconscio. È la base di tutto. E poi lavoro sull'interpretazione dei sogni. Nel mondo arabo esisteva molto tempo prima dell'avvento di Freud ed è un bene culturale familiare a molti arabi. L'interpretazione dei sogni era un mestiere a parte nel mondo musulmano. Tutti gli uomini di Stato avevano un proprio interprete dei sogni personale. Gli arabi avevano stabilito delle categorie molto più sottili rispetto a Freud: sognare una capra, per esempio, non aveva lo stesso significato per un cittadino ricco o per un contadino povero". Secondo lei, dal punto di vista psicologico, che rapporto c'è tra mondo arabo e occidente? "Tutto ciò che proviene dall'Occidente viene considerato positivamente nei Paesi arabi. Ma è proprio dell'idealizzazione trasformarsi in aggressività e pulsioni distruttive. L'idealizzazione dei valori e dei concetti europei riconduce continuamente gli arabi al proprio senso di inferiorità, un sentimento che si rifiutano di ammettere. E questo provoca una profonda collera. Nello stesso tempo, coloro i quali cercano di assimilare, di vivere all'"occidentale", si ritrovano a sperimentare enormi sofferenze psichiche. La maggior parte delle persone non riesce a superare il conflitto fra i precetti musulmani che hanno interiorizzato e le norme occidentali che hanno acquisito". Lei sosteneva che i Paesi arabi avrebbero bisogno di migliaia di psicoterapeuti. Da dove potrebbero arrivare? "Insieme a Rafael Moses, un famoso psicanalista di Gerusalemme, e Antoine Hani, un libanese che vive negli Usa, avevo pensato di organizzare dei seminari di psicanalisi in Medio Oriente. Speravamo di poterlo fare in tempo di pace. Purtroppo la pace non c'è e Rafael Moses è morto due anni fa. È stata una grande perdita. Ma spero comunque che un giorno sarà possibile formare degli psicanalisti arabi e io mi auguro di poter contribuire alla loro formazione". (©Stern)

Dalla parte degli altri di Saverio Ruberti* Cosa succede quando gli immigrati sviluppano problemi psichiatrici gravi, come la schizofrenia o i disturbi maggiori dell'umore, depressivi e maniacali? Di regola sono molto restii a recarsi nei presidi sanitari dove potrebbero essere curati. Per una serie di motivi, delicati e profondi, avversari tenaci del bisogno di essere aiutati. In primo luogo la paura di essere mal giudicati. Socialmente e, soprattutto, eticamente. Le persone che emigrano dai Paesi meno ricchi hanno di regola origini sociali semplici. Spesso hanno respirato una cultura nella quale i significati religiosi (e talvolta magici) si fondono con le considerazioni di ordine psicologico. In quelle culture, il disturbo mentale può indicare un allontanamento dalla vita spirituale che, quando è piena, garantisce il benessere personale e previene - diremmo noi - il disagio emotivo. Chi soffre di gravi disturbi deve pertanto essere aiutato a ritrovare la serenità a partire dalla ricostruzione della propria integrità morale, e dalla pratica religiosa. Soffrire sul piano psicologico può dunque voler dire essere una persona non sufficientemente vicina e attenta alla dimensione spirituale. Questa visione è ben diversa da quella che troveremmo nelle classi sociali più agiate degli stessi Paesi, più prossime al sentire del mondo occidentale e più inclini a valorizzare gli aspetti bio-psicologici della natura umana. Per queste classi è meno difficile accedere a spiegazioni mediche e psichiatriche dei disturbi emotivi, e a strutture sanitarie modernamente attrezzate per curarli. Per la grande maggioranza di quelle popolazioni, invece, quando i rapporti umani e le pratiche religiose non sono sufficienti a ristabilire l'equilibrio di chi soffre, non rimane che ricorrere a grandi strutture di connotazione manicomiale. In Egitto, ad esempio, esiste un solo enorme ospedale psichiatrico pubblico che ospita - trattenendole talvolta per molti anni - migliaia di persone. Qui incontriamo un secondo motivo di resistenza degli immigrati a rivolgersi ai servizi psichiatrici: la paura di impattare con attitudini e pratiche custodialistiche e reclusive. Questi temi non sono eludibili quando si voglia organizzare, per i nostri immigrati, prassi psichiatriche efficaci e servizi per loro affidabili. È in questa prospettiva che a Cinisello Balsamo (città dell'hinterland milanese), l'Ufficio Progetti e Politiche Sociali del Comune e la locale Unità Operativa di Psichiatria dell'Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza cercano di muoversi e di integrare i loro sforzi. La collaborazione fra le due realtà istituzionali ha portato a realizzare una serie di incontri con comunità di immigrati di differenti nazionalità. In questi incontri, ospitati nella sede dell'Associazione Gruppi di volontariato vincenziano, ognuno può raccontare e condividere le proprie convinzioni sui disturbi mentali, in un clima di rispetto per i vissuti e le sensibilità di ciascuno. Già dopo i primi confronti, ci sono state, dopo anni nei quali erano sostanzialmente inesistenti, alcune richieste di aiuto indirizzate agli operatori della psichiatria. Si spera possano essere un segno di fiducia e di rottura di quell'isolamento etnico che, come tutti gli isolamenti, amplifica la sofferenza e contribuisce a generare patologia. * Primario di Psichiatria, Ospedale Bassini, azienda ospedaliera San Gerardo di Monza .
http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/01/27/attualita/attualita/069psi53369.html

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