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Il business miliardario del pellegrinaggio alla Mecca

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190310

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Il business miliardario del pellegrinaggio alla Mecca




FOCUS. Un giro d’affari che attira speculazioni di ogni genere, gettando sul lastrico decine di persone ogni anno. C’è chi impiega i risparmi della famiglia, chi ipoteca le terre, chi dà via persino i vestiti per pagare il lungo viaggio e la permanenza.

ll pellegrinaggio alla Mecca, in arabo hajj, è uno dei cinque pilastri dell’islam. Ogni musulmano ha l’obbligo, almeno una volta nella sua vita, di recarsi in visita ai luoghi sacri della città santa saudita, lì dove nacque e visse il profeta Maometto. Tra l’ottavo e il tredicesimo giorno dell’ultimo mese dell’anno lunare islamico, il Dhu l-hijjah, i pellegrini devono adempiere ai diversi riti di purificazione previsti dalla cerimonia. Di certo Allah onnipotente, nel rivelare al profeta il cammino da seguire, sapeva già che un giorno l’obbligo avrebbe riguardato oltre un miliardo di individui, quanti all’incirca sono oggi i musulmani nel mondo.

Fatto è che tra il 25 e il 29 novembre scorsi, secondo quanto dichiarato dal principe Khalid Al-Faisal, governatore della Mecca e presidente del Comitato centrale responsabile della 1430esima hajj della storia, oltre 2 milioni e mezzo di credenti sono convenuti nella città sacra per compiere i riti tradizionali. Tra costoro erano presenti un milione seicentomila stranieri e 154mila domestici; 753mila pellegrini erano giunti privi del permesso rilasciato preventivamente dalle autorità. Un fiume inenarrabile di persone, tutte da accogliere, ospitare, nutrire e curare per vari giorni. A pagamento, s’intende. Secondo i dettami religiosi, solo chi ha denaro e salute a sufficienza è obbligato al pellegrinaggio.

Ma il buonsenso della religione deve fare i conti con il fervore di molti credenti che, pur non navigando nell’oro, non esitano a vendere ogni loro bene e anche a indebitarsi fino al collo pur di realizzare il sogno della loro vita. C’è chi impiega i risparmi della famiglia, chi ipoteca le terre, chi dà via persino i vestiti per pagare il lungo viaggio e la permanenza. Un giro d’affari che attira speculazioni di ogni genere, corrompe la sacralità dell’esperienza e getta sul lastrico più d’uno. Nel tentativo di aiutare i più poveri, il ministero marocchino degli Affari islamici organizza annualmente la qoraa, una lotteria che mette in palio sovvenzioni statali da usare per compiere il pellegrinaggio.

Ma la recente esplosione demografica nel mondo musulmano ha costretto il governo saudita a fissare un tetto limite agli ingressi, contando sulla collaborazione dell’Organizzazione della conferenza islamica. In base alle quote fissate, i governi dei Paesi di provenienza gestiscono il numero di partenze, i criteri di eleggibilità, il rilascio dei visti, i trasferimenti di denaro e le diverse procedure amministrative. Secondo un reportage del settimanale marocchino Challenge, intitolato “Pellegrini allo sbando”, chi ha mezzi a sufficienza riesce a negoziare dei visti di compiacenza presso l’ambasciata saudita, assicurandosi le migliori condizioni e la purificazione dai peccati. Tutti gli altri partono all’avventura, chi più chi meno.

Quanti alla fine riescono a raggiungere la città santa possono considerarsi fortunati, cionondimeno molti finiscono per pentirsene. Tra dilettantismo e malafede, il funzionamento dell’organizzazione è affidato in gran parte alla tolleranza e alla buona volontà dei partecipanti. «I responsabili incaricati di occuparsi dei pellegrini, una volta arrivati a destinazione, dimenticano i loro impegni. È tutto un si salvi chi può - afferma un pellegrino citato da Challenge - Molte persone si perdono per delle ore intere. Per cercare il luogo di accoglienza, hanno il nome dell’albergo ma nessun numero di telefono gli viene dato per raggiungere direttamente i responsabili. Io stesso, con l’aiuto di altri pellegrini, ho riportato ai loro alberghi uomini anziani e donne smarrite. Ma ve ne sono che non trovano assistenza e, in quel caso, possono rimanere dispersi per giorni interi».

Per non parlare di coloro che hanno pagato per un servizio di trasporto che non viene messo a disposizione. Costretti a marciare per quasi dieci chilometri, vecchi e disabili rischiano la vita se perdono l’equilibrio nel bel mezzo di una marea umana in movimento. Altri si ritrovano in tutt’altri luoghi, affidati ad autisti improvvisati che non conoscono i percorsi. Badya Khalid, che firma il reportage, non esita a parlare di pratiche vergognose, di indignazione, di contestazioni e sit-in di protesta organizzati in loco.

Purtroppo alla fine dei giochi ognuno torna a casa e, inebriato dalla profonda spiritualità della cerimonia, tende a perdonare. Un colpo di spugna cancella ogni volta la collera, lo sconforto e le tante disavventure vissute, e ogni Dhu l-hijjah i misfatti si ripetono uguali, senza che nessuno tema un qualsiasi castigo. «Come risultato, non si migliora in quanto a organizzazione trasparente e onestà del pellegrinaggio alla Mecca». Il più partecipato dei pellegrinaggi al mondo si trasforma così in un vero «calvario». Parola di reporter musulmano.
http://www.terranews.it/news/2010/03/il-business-miliardario-del-pellegrinaggio-alla-mecca

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