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Balducci e il cinema, finanziamenti pubblici nel mirino dei pm
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120310
Balducci e il cinema, finanziamenti pubblici nel mirino dei pm
Punta ai finanziamenti pubblici per il cinema l’inchiesta sugli appalti del G8 che corre lungo l’asse Perugia-Firenze. Punta soprattutto a capire quali e quante pellicole siano state finanziate grazie alle entrature di Angelo Balducci, che oltre ad avere un figlio attore, sarebbe stato in grado di favorire questo o quell’amico, soprattutto gay (una quindicina i nomi su cui si sta lavorando) produttore, regista o protagonista di film da sovvenzionare attraverso le riserve del fondo cassa dell’apposito Dipartimento del ministero per i Beni Culturali retto dall’amico Gaetano Blandini, direttore «Cinema», plurintercettato dal Ros. Balducci e Blandini sono infatti i protagonisti di una delle primordiali conversazioni captate dai carabinieri a proposito di un articolo del settimanale L’Espresso che mise in allarme la «Banda Balducci» per i collegamenti fra le società che si aggiudicavano le gare per il G8 e quelle interessate a produrre e distribuire film. E proprio da quella chiacchierata finalizzata ad abbozzare una richiesta di rettifica nasce il filone che porta oggi gli inquirenti a puntare l’occhio di bue sulla gestione delle risorse economiche da parte degli uffici retti da Sandro Bondi. In particolare l’attenzione è rivolta alle decisioni delle varie sottocommissioni cinematografiche, nominate dal ministro Rutelli, e «scadute» a fine giugno 2009.
La discrezionalità delle decisioni: è qui lo snodo delle indagini. Perché quel film sì («Natale a Beverly Hills») e perché l’altro no («Vallanzasca»). Un caso, tanti casi. L’erogazione a favore del poco conosciuto Last minute Marocco di 1 milione e ottocentomila euro(a fronte di soli 350mila euro incassati al botteghino) interpretato da Lorenzo Balducci, figlio della coproduttrice della pellicola assieme a Giulio Violati, marito dell’attrice Maria Grazia Cucinotta, all’epoca «amministratore unico della società di produzione cinematografica Italian Dream Factory - scrive il Ros - giust’appunto insieme con Thau Rosanna, moglie di Angelo Balducci». Sia la Thau (per il 50%) che Vanessa Pascucci in Anemone (per il 25%) sono state presenti nella Erretifilm srl (che produce il film «Anime» interpretato da Lorenzo Balducci) che ha la sede legale nello stesso stabile di Grottaferrata della Anemone Costruzioni. Già socie anche nella Duea e in una quarta società di produzione cinematografica, la Edelweiss Production, costituita il 18 luglio 2005, con sede a Settebagni, periferia nord di Roma. Tra i finanziamenti all’attenzione dei magistrati anche i 700mila euro per «Viola di mare», prodotto dalla Italian Dreams. Seguendo le tracce di questa «Idf Srl», la mattina del 30 settembre, il Ros incappa in Rosanna Thau «che si lamenta con Diego Anemone delle sue socie e di tale Giulio in riferimento ad un contenzioso aperto per il finanziamento e la produzione di un film. «Lo sai quelle disgraziate delle mie socie, compreso quel delinquente di Giulio (Violati)... perché così lo posso solo definire... lo sai che non vogliono firmare il 10% per cui... Medusa... non fa il contratto per cui non può prendere i soldi in banca per cui non si può fare il film».
Amicizie, raccomandazioni, interessi, lobby, pressioni politiche. C’è di tutto nelle carte del Ros. C’è, ad esempio, il figlio di Balducci che da sempre lavora tanto, tantissimo, «con sovrapposizione di impegni fra una produzione e l’altra», tra film e fiction, con registi come Melchionna e Tavarelli, comparsate in tv (da Matrix al Tg1) oltre che per indubbi meriti - ipotizzano gli investigatori - anche grazie alla gioiosa macchina da guerra messa in piedi dal papà. La cerniera fra Anemone e Blandini, secondo il Ros, è rappresentata invece dal commercialista Stefano Gazzani «che tra le altre società del gruppo, segue la contabilità della Erretifilm» nonché «della contabilità dei lavori in corso riferiti al vertice G8 della Maddalena (...). Gazzani è altresì socio unico della Stefano Gazzani Communications», l’ennesima Srl che cura «la realizzazione la produzione, la editazione, distribuzione, in proprio e per conto terzi di spettacoli teatrali, cinematografici e radiotelevisivi». Tutto fa spettacolo, al Ros. Anche le intercettazioni del clan Balducci in cerca di appoggi, per il figlio Lorenzo, presso la società di produzione Endemol. E un paio di vecchi film prodotti dall’entourage della Falchi, con Balducci jr attore: «Due vite per caso» e «Ce n’è per tutti». Fra gli accertamenti in corso anche quello sull’ultimo film prodotto da Raicinema, «Io don Giovanni» diretto da Carlos Saura, di cui c’è ampia traccia nelle intercettazioni: per l’intervista al Tg1 fatta da Vincenzo Mollica, e per le telefonate «calde» con l’amministratore unico della Lucky Red, Andrea Occhipinti, che ha prodotto quel film ed anche «Due vite per caso» presentato al Festival di Berlino, dove sarebbe dovuto andare ad applaudire il figlio Angelo Balducci se la procura di Firenze non l’avesse arrestato prima. Convinta, com’è, che il viaggio in Germania era stato in realtà pianificato per fuggire dall’Italia e sfuggire alle manette.
http://www.ilgiornale.it/interni/balducci_e_cinema_finanziamenti_pubblici_mirino_pm/12-03-2010/articolo-id=428778-page=1-comments=1
La discrezionalità delle decisioni: è qui lo snodo delle indagini. Perché quel film sì («Natale a Beverly Hills») e perché l’altro no («Vallanzasca»). Un caso, tanti casi. L’erogazione a favore del poco conosciuto Last minute Marocco di 1 milione e ottocentomila euro(a fronte di soli 350mila euro incassati al botteghino) interpretato da Lorenzo Balducci, figlio della coproduttrice della pellicola assieme a Giulio Violati, marito dell’attrice Maria Grazia Cucinotta, all’epoca «amministratore unico della società di produzione cinematografica Italian Dream Factory - scrive il Ros - giust’appunto insieme con Thau Rosanna, moglie di Angelo Balducci». Sia la Thau (per il 50%) che Vanessa Pascucci in Anemone (per il 25%) sono state presenti nella Erretifilm srl (che produce il film «Anime» interpretato da Lorenzo Balducci) che ha la sede legale nello stesso stabile di Grottaferrata della Anemone Costruzioni. Già socie anche nella Duea e in una quarta società di produzione cinematografica, la Edelweiss Production, costituita il 18 luglio 2005, con sede a Settebagni, periferia nord di Roma. Tra i finanziamenti all’attenzione dei magistrati anche i 700mila euro per «Viola di mare», prodotto dalla Italian Dreams. Seguendo le tracce di questa «Idf Srl», la mattina del 30 settembre, il Ros incappa in Rosanna Thau «che si lamenta con Diego Anemone delle sue socie e di tale Giulio in riferimento ad un contenzioso aperto per il finanziamento e la produzione di un film. «Lo sai quelle disgraziate delle mie socie, compreso quel delinquente di Giulio (Violati)... perché così lo posso solo definire... lo sai che non vogliono firmare il 10% per cui... Medusa... non fa il contratto per cui non può prendere i soldi in banca per cui non si può fare il film».
Amicizie, raccomandazioni, interessi, lobby, pressioni politiche. C’è di tutto nelle carte del Ros. C’è, ad esempio, il figlio di Balducci che da sempre lavora tanto, tantissimo, «con sovrapposizione di impegni fra una produzione e l’altra», tra film e fiction, con registi come Melchionna e Tavarelli, comparsate in tv (da Matrix al Tg1) oltre che per indubbi meriti - ipotizzano gli investigatori - anche grazie alla gioiosa macchina da guerra messa in piedi dal papà. La cerniera fra Anemone e Blandini, secondo il Ros, è rappresentata invece dal commercialista Stefano Gazzani «che tra le altre società del gruppo, segue la contabilità della Erretifilm» nonché «della contabilità dei lavori in corso riferiti al vertice G8 della Maddalena (...). Gazzani è altresì socio unico della Stefano Gazzani Communications», l’ennesima Srl che cura «la realizzazione la produzione, la editazione, distribuzione, in proprio e per conto terzi di spettacoli teatrali, cinematografici e radiotelevisivi». Tutto fa spettacolo, al Ros. Anche le intercettazioni del clan Balducci in cerca di appoggi, per il figlio Lorenzo, presso la società di produzione Endemol. E un paio di vecchi film prodotti dall’entourage della Falchi, con Balducci jr attore: «Due vite per caso» e «Ce n’è per tutti». Fra gli accertamenti in corso anche quello sull’ultimo film prodotto da Raicinema, «Io don Giovanni» diretto da Carlos Saura, di cui c’è ampia traccia nelle intercettazioni: per l’intervista al Tg1 fatta da Vincenzo Mollica, e per le telefonate «calde» con l’amministratore unico della Lucky Red, Andrea Occhipinti, che ha prodotto quel film ed anche «Due vite per caso» presentato al Festival di Berlino, dove sarebbe dovuto andare ad applaudire il figlio Angelo Balducci se la procura di Firenze non l’avesse arrestato prima. Convinta, com’è, che il viaggio in Germania era stato in realtà pianificato per fuggire dall’Italia e sfuggire alle manette.
http://www.ilgiornale.it/interni/balducci_e_cinema_finanziamenti_pubblici_mirino_pm/12-03-2010/articolo-id=428778-page=1-comments=1

Incapervinca- Admin
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Località: Marocco
Balducci e il cinema, finanziamenti pubblici nel mirino dei pm :: Commenti
Recensione del film Smile (2009)
a cura di Marco Minniti
A una generale cura nella confezione, almeno limitatamente alla fotografia (qui facilitata dai set suggestivi e dall'uso del digitale) corrisponde una innegabile pochezza di idee, e soprattutto un certo disinteresse per la narrazione propriamente detta.

Sette amici italiani e una vacanza esotica, nel cuore del Marocco. Una strana macchina fotografica, automatica regalata da un misterioso commerciante di anticaglie. La comparsa di uno strano cacciatore, vagamente ostile, e poi una serie di eventi mortali che coinvolgono, a uno a uno, tutti i membri del gruppo. Una forza misteriosa si cela dietro il presente ricevuto dai ragazzi, ma lo scetticismo e i contrasti nel gruppo fanno sì che quIn effetti, i limiti di questo Smile sono tutti riassunti in un intreccio esile, pretestuoso, poco credibile; e quest'ultima considerazione non è riferita ovviamente al carattere fantastico del soggetto, quanto alla credibilità delle azioni dei protagonisti. Protagonisti che incarnano e rappresentano stereotipi dai quali la sceneggiatura non fa nulla per sollevarli, così come da par loro poco possono fare gli attori coinvolti, tra i quali spicca almeno un Armand Assante in grado di garantire una certa dose di mestiere. La regia annaspa così, svogliatamente, dietro una serie di eventi prevedibili e per nulla spaventosi, con lo spettatore che già dopo venti minuti inizia a chiedersi cosa aspettino i protagonisti a distruggere la macchina fotografica mortale, tale è l'evidenza della sua responsabilità negli eventi.
C'è in effetti una quarta considerazione che viene in mente dopo la visione di questo film, che è in realtà un inquietante interrogativo: com'è possibile che un film come questo abbia ricevuto cospicui finanziamenti pubblici (da parte del Ministero per le Attività Culturali e della Regione Lazio), e sia stato definito, come si legge nei titoli di testa, "opera di interesse culturale"? Quali sono i criteri che regolano tali decisioni, e soprattutto la scelta delle pellicole? Interrogativo destinato a restare, probabilmente, aperto.
http://www.movieplayer.it/articoli/06001/scatti-mortali/
Fondi allegri e film mai realizzati: una storia antica che parte dall’Articolo 28
di Marco Lillo e Malcom Pagani
“Male non fare, paura non avere! Trattasi di spazzatura estiva. Spiace per ragazzo, speriamo non si dispiaccia”. Firmato GB . Era l’agosto del 2008 e GB, alias Gaetano Blandini, direttore generale per il cinema per il ministero dei Beni culturali, avvertito dal capo di gabinetto Salvo Nastasi dell’imminente uscita di un indigesto articolo sull’Espresso teso a gettare una luce nuova sul vorticoso movimento di denaro pubblico elargito tramite le apposite commissioni e sottocommissioni a produttori e registi, comunicava ad Angelo Balducci il proprio rammarico per le indiscrezioni che presto sarebbero apparse sulla stampa. Il ragazzo era Lorenzo Balducci, giovane attore sponsorizzato dal padre e ancor di più da tutti quelli che ritenevano che assoldarlo, favorisse le relazioni con l’intoccabile presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici. Oggi Blandini, per anni potente deus ex machina del cinema italiano abita altrove.
Da fine ottobre è direttore generale della Siae, la società degli autori che dopo cinque anni trascorsi in via della Ferratella, gli ha offerto una poltrona non sfiorata dall’inchiesta romano-fiorentina capace di portare dietro le sbarre l’amico di un tempo. In mezzo alle due biografie parallele (Balducci era direttore del Turismo al ministero quando Blandini dirigeva lo spettacolo), una storia che parte da lontano. Fatta di rapporti stretti e favori, finanziamenti agevolati a società vicinissime ad Anemone e Balducci, ponti telefonici pericolosi e pelose gentilezze che della settima arte restituiscono un’immagine sgranata. In prìncipio era l’articolo 28, in vigore dal 1965 al 1994, uno stralcio della legge per il Cinema che a metà degli anni ‘60 aveva permesso al mondo della celluloide italiana oltre 500 opere lungo l’arco di un pittoresco trentennio. La normativa prevedeva che per film di particolare interesse artistico e culturale, le risorse pubbliche potessero coprire fino al 30% del budget. Fiorirono mascalzonate e film mai realizzati, sedicenti cineasti in fuga col bottino e capolavori.
Alla porta bussava chiunque. Registi pornografici, vecchi mestieranti, giovani di talento. Erogati i fondi, non sempre l’opera veniva realizzata. Ancor più arduo era farvi trovare la via della sala. Videro la luce capolavori ed orrori. Marrakech Express di Salvatores e Ecce Bombo di Nanni Moretti, i lavori sulla storia nascosta dei fratelli Taviani e le creazioni mai realizzate di Giampaolo Santini (sette finanziamenti ottenuti e nessun film uscito) e poi l’indimenticabile Cattive Ragazze di Marina Ripa di Meana.
Lina Wertmuller, poco lungimirante, sul tema si espresse con chiarezza: “I film si sono fatti: alcuni riusciti, altri spariti nel nulla, altri non sostenuti, neppure fatti vedere ai distributori. Ho chiesto per anni che, prima di dare i soldi a tutti, si scegliessero i ragazzi che uscivano dal Centro Sperimentale. La nuova Legge, che approverà soltanto 20 film l’anno con precisi controlli, farà piazza pulita di questo pasticciaccio”. Non è accaduto e oggi, dopo le violente campagne destrorse sull’abbattimento del finanziamento statale e la cancellazione del fondo di garanzia, in auge fino al 2004, la legge è nuovamente cambiata. Si è postulato che il denaro erogato dallo Stato non potesse superare il 50% del budget complessivo del film per i registi che avessero già girato due opere e dell’80% per le opere prime e seconde. Denaro che va restituito in parte, ma che non sempre esce o torna nei tempi previsti dal ministero. Sulle pagine dei giornali, L’inchiesta sul G8 ha preso una strana piega. Punta agli schermi, alle emozioni cinematografiche, al malmostoso sottobosco di rapporti ambigui tra chi il denaro lo chiede e chi dovrebbe darlo in base a precisi parametri. E poi agenti bramosi, rassicurazioni da fornire, schiene piegate. Il re indiscusso di questo sistema, nel bene e nel male, era Blandini.
Uno squarcio sulla sua gestione del dipartimento emerge già da una vecchia inchiesta del 2007. Intercettato dalla Gdf, amava intrattenersi in conversazione con Giuseppe Proietti, figura di secondo piano indagata e poi prociolta come gli altri nell’inchiesta su Berlusconi, Saccà e i rapporti con Rai Fiction. Proietti per mezzo della tedesca Bavaria Film voleva produrre un’opera prima di Edoardo De Angelis, Cupido a Manhattan. Per questa ragione agganciò Blandini tramite l’avvocato Enrico Di Mambro, che per il disturbo, incassò a finanziamento erogato e generoso (700.000 euro) un regalo di trentamila euro (5 subito e 25 a operazione conclusa) per la persuasione realizzata con successo. Blandini chiese di inserire nel progetto un volto a lui caro, quello di Lorenzo Balducci, peraltro definito bravo nelle intercettazioni da produttore e regista.
Colpito a morte dalle inchieste, Cupido non scoccò frecce. Il film non si fece e la storia cadde nell’oblìo lasciando sul terreno una serie di strani scambi d’opinione tra Balducci e Anemone in cui il primo, a ridosso dell’uscita di un articolo dell’Espresso che svelava la vicenda, telefonava al secondo proponendo di organizzare un fondamentale incontro con un misterioso Giancarlo: “Se tu però magari preannunci a Giancarlo... non so se lui fosse disponibile venerdì mattina per prendere un caffè”. Chissà chi era quel Giancarlo citato nelle intercettazione della recente inchiesta di Firenze. Un Giancarlo, amico di Balducci e Anemone, e addentro alle vicende di Saccà per motivi di ufficio è Giancarlo Leone che si interessò a un altro film del giovane Balducci.
Andando indietro con la memoria escono altre sponsorizzazioni nei confronti di Balducci Jr.
Nel 2006, Blandini fece infatti erogare anche un altro strano finanziamento. Il film si chiama Last Minute Marocco, riceve oltre un milione e mezzo di euro e per la regia di Francesco Falaschi mette in piedi una commediola esiziale ma inoffensiva recitata tra le dune, dal divo in miniatura Nicolas Vaporidis, Valerio Mastandrea e naturalmente Lorenzo Balducci. Il film è coprodotto da Rai Cinema, Sbs France, ministero per i Beni e le Attività culturali e Idf. L’acronimo sta per Italian Dream Factory e invecedisogni riporta ad incubi terreni. La società è capitanata da Rosanna Thau, moglie di Balducci e vede tra i partecipanti con un quarto delle quote Vanessa Pascucci, moglie di Diego Anemone. Nella villa di Balducci e Thau a Montepulciano ,i lavori sono stati effettuati da Anemone stesso e il legame tra il duo e Blandini è provato da decine e decine di intercettazioni. Il Cinema italiano è in rivolta. Il presidente dei produttori Riccardo Tozzi di Cattleya è al lavoro su una lettera aperta che difenda il sistema dei finanziamenti e Blandini, senza i quali non avrebbero visto la luce neanche Gomorra e Il Divo. Blandini tace e minaccia querele, come già raccontò al telefono con Balducci il capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali Nastasi: “Gaetano ha detto non è vero, querelo tutti, ma è successo come tante altre volte che qui vengono produttori di film”. Tante volte. Sembra solo l’incipit di un qualunque B movie.
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2455440&yy=2010&mm=03&dd=13&title=furbetti_al_cinema
di Marco Lillo e Malcom Pagani
“Male non fare, paura non avere! Trattasi di spazzatura estiva. Spiace per ragazzo, speriamo non si dispiaccia”. Firmato GB . Era l’agosto del 2008 e GB, alias Gaetano Blandini, direttore generale per il cinema per il ministero dei Beni culturali, avvertito dal capo di gabinetto Salvo Nastasi dell’imminente uscita di un indigesto articolo sull’Espresso teso a gettare una luce nuova sul vorticoso movimento di denaro pubblico elargito tramite le apposite commissioni e sottocommissioni a produttori e registi, comunicava ad Angelo Balducci il proprio rammarico per le indiscrezioni che presto sarebbero apparse sulla stampa. Il ragazzo era Lorenzo Balducci, giovane attore sponsorizzato dal padre e ancor di più da tutti quelli che ritenevano che assoldarlo, favorisse le relazioni con l’intoccabile presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici. Oggi Blandini, per anni potente deus ex machina del cinema italiano abita altrove.
Da fine ottobre è direttore generale della Siae, la società degli autori che dopo cinque anni trascorsi in via della Ferratella, gli ha offerto una poltrona non sfiorata dall’inchiesta romano-fiorentina capace di portare dietro le sbarre l’amico di un tempo. In mezzo alle due biografie parallele (Balducci era direttore del Turismo al ministero quando Blandini dirigeva lo spettacolo), una storia che parte da lontano. Fatta di rapporti stretti e favori, finanziamenti agevolati a società vicinissime ad Anemone e Balducci, ponti telefonici pericolosi e pelose gentilezze che della settima arte restituiscono un’immagine sgranata. In prìncipio era l’articolo 28, in vigore dal 1965 al 1994, uno stralcio della legge per il Cinema che a metà degli anni ‘60 aveva permesso al mondo della celluloide italiana oltre 500 opere lungo l’arco di un pittoresco trentennio. La normativa prevedeva che per film di particolare interesse artistico e culturale, le risorse pubbliche potessero coprire fino al 30% del budget. Fiorirono mascalzonate e film mai realizzati, sedicenti cineasti in fuga col bottino e capolavori.
Alla porta bussava chiunque. Registi pornografici, vecchi mestieranti, giovani di talento. Erogati i fondi, non sempre l’opera veniva realizzata. Ancor più arduo era farvi trovare la via della sala. Videro la luce capolavori ed orrori. Marrakech Express di Salvatores e Ecce Bombo di Nanni Moretti, i lavori sulla storia nascosta dei fratelli Taviani e le creazioni mai realizzate di Giampaolo Santini (sette finanziamenti ottenuti e nessun film uscito) e poi l’indimenticabile Cattive Ragazze di Marina Ripa di Meana.
Lina Wertmuller, poco lungimirante, sul tema si espresse con chiarezza: “I film si sono fatti: alcuni riusciti, altri spariti nel nulla, altri non sostenuti, neppure fatti vedere ai distributori. Ho chiesto per anni che, prima di dare i soldi a tutti, si scegliessero i ragazzi che uscivano dal Centro Sperimentale. La nuova Legge, che approverà soltanto 20 film l’anno con precisi controlli, farà piazza pulita di questo pasticciaccio”. Non è accaduto e oggi, dopo le violente campagne destrorse sull’abbattimento del finanziamento statale e la cancellazione del fondo di garanzia, in auge fino al 2004, la legge è nuovamente cambiata. Si è postulato che il denaro erogato dallo Stato non potesse superare il 50% del budget complessivo del film per i registi che avessero già girato due opere e dell’80% per le opere prime e seconde. Denaro che va restituito in parte, ma che non sempre esce o torna nei tempi previsti dal ministero. Sulle pagine dei giornali, L’inchiesta sul G8 ha preso una strana piega. Punta agli schermi, alle emozioni cinematografiche, al malmostoso sottobosco di rapporti ambigui tra chi il denaro lo chiede e chi dovrebbe darlo in base a precisi parametri. E poi agenti bramosi, rassicurazioni da fornire, schiene piegate. Il re indiscusso di questo sistema, nel bene e nel male, era Blandini.
Uno squarcio sulla sua gestione del dipartimento emerge già da una vecchia inchiesta del 2007. Intercettato dalla Gdf, amava intrattenersi in conversazione con Giuseppe Proietti, figura di secondo piano indagata e poi prociolta come gli altri nell’inchiesta su Berlusconi, Saccà e i rapporti con Rai Fiction. Proietti per mezzo della tedesca Bavaria Film voleva produrre un’opera prima di Edoardo De Angelis, Cupido a Manhattan. Per questa ragione agganciò Blandini tramite l’avvocato Enrico Di Mambro, che per il disturbo, incassò a finanziamento erogato e generoso (700.000 euro) un regalo di trentamila euro (5 subito e 25 a operazione conclusa) per la persuasione realizzata con successo. Blandini chiese di inserire nel progetto un volto a lui caro, quello di Lorenzo Balducci, peraltro definito bravo nelle intercettazioni da produttore e regista.
Colpito a morte dalle inchieste, Cupido non scoccò frecce. Il film non si fece e la storia cadde nell’oblìo lasciando sul terreno una serie di strani scambi d’opinione tra Balducci e Anemone in cui il primo, a ridosso dell’uscita di un articolo dell’Espresso che svelava la vicenda, telefonava al secondo proponendo di organizzare un fondamentale incontro con un misterioso Giancarlo: “Se tu però magari preannunci a Giancarlo... non so se lui fosse disponibile venerdì mattina per prendere un caffè”. Chissà chi era quel Giancarlo citato nelle intercettazione della recente inchiesta di Firenze. Un Giancarlo, amico di Balducci e Anemone, e addentro alle vicende di Saccà per motivi di ufficio è Giancarlo Leone che si interessò a un altro film del giovane Balducci.
Andando indietro con la memoria escono altre sponsorizzazioni nei confronti di Balducci Jr.
Nel 2006, Blandini fece infatti erogare anche un altro strano finanziamento. Il film si chiama Last Minute Marocco, riceve oltre un milione e mezzo di euro e per la regia di Francesco Falaschi mette in piedi una commediola esiziale ma inoffensiva recitata tra le dune, dal divo in miniatura Nicolas Vaporidis, Valerio Mastandrea e naturalmente Lorenzo Balducci. Il film è coprodotto da Rai Cinema, Sbs France, ministero per i Beni e le Attività culturali e Idf. L’acronimo sta per Italian Dream Factory e invecedisogni riporta ad incubi terreni. La società è capitanata da Rosanna Thau, moglie di Balducci e vede tra i partecipanti con un quarto delle quote Vanessa Pascucci, moglie di Diego Anemone. Nella villa di Balducci e Thau a Montepulciano ,i lavori sono stati effettuati da Anemone stesso e il legame tra il duo e Blandini è provato da decine e decine di intercettazioni. Il Cinema italiano è in rivolta. Il presidente dei produttori Riccardo Tozzi di Cattleya è al lavoro su una lettera aperta che difenda il sistema dei finanziamenti e Blandini, senza i quali non avrebbero visto la luce neanche Gomorra e Il Divo. Blandini tace e minaccia querele, come già raccontò al telefono con Balducci il capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali Nastasi: “Gaetano ha detto non è vero, querelo tutti, ma è successo come tante altre volte che qui vengono produttori di film”. Tante volte. Sembra solo l’incipit di un qualunque B movie.
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2455440&yy=2010&mm=03&dd=13&title=furbetti_al_cinema
Dal costruttore della cricca
cinquecentomila euro a Scajola
I pm scoprono assegni circolari partiti dal conto del progettista Angelo Zampolini. Sui rapporti del ministro con l'imprenditore interrogato anche Bertolaso
L'inchiesta della Procura di Perugia sulla "Cricca" degli appalti pubblici - G8 della Maddalena, mondiali di nuoto, anniversario per i 150 anni dell'Unità d'Italia - cammina. E ora incrocia la strada del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola perché singolare beneficiario, quando era un semplice parlamentare dell'opposizione, di una provvista di circa mezzo milione di euro messa a disposizione da una delle "tasche" del costruttore Diego Anemone (oggi detenuto con Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Fabio De Santis) per l'acquisto di un appartamento intestato alla figlia.
La scoperta del filo che annoda una delle figure chiave della "Cricca" al ministro è recente ed è documentata - lo vedremo - dal lavoro di indagine della Guardia di Finanza. Tanto che, il 12 aprile scorso, durante il suo lungo interrogatorio con i pubblici ministeri umbri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, ne viene chiesto conto allo stesso Guido Bertolaso, accusato per altro di essere stato corrotto proprio da Diego Anemone. Chiedono i pm: "Sa se e che tipo di rapporti esistono tra Anemone e l'onorevole Claudio Scajola?". Il capo della Protezione civile cade dalle nuvole. Ammesso che esista - spiega - il rapporto tra quei due gli è ignoto.
La domanda rivolta a Bertolaso, per quel che se ne sa, non ha sin qui trovato risposte neppure altrove (Anemone, dal giorno del suo arresto, ha scelto di esercitare il suo diritto al silenzio). A meno di non voler considerare tale la circostanza che nel primo governo Berlusconi Scajola sia stato ministro dell'Interno e che Anemone dal ministero dell'Interno abbia nel tempo ricevuto appalti. Di questa vicenda, dunque, resta al momento solo il presupposto. Che, come si è detto, è documentale. E che racconta una storia che finisce appunto a Scajola, ma parte dagli accertamenti della Finanza sul conto di un oscuro architetto legato a doppio filo a Diego Anemone e su assegni circolari per circa 500 mila euro.L'architetto ha un nome: Angelo Zampolini. Lavora come progettista del Gruppo Anemone e, come il commercialista Stefano Gazzani, è una delle "tasche" di chi del Gruppo e delle sue risorse dispone in prima persona: Diego Anemone. Poco più che una testa di paglia - ipotizzano la Procura e la Finanza - utilizzata dal costruttore per dissimulare l'origine di operazioni finanziarie di cui in realtà è il dominus. E che hanno l'odore di tangenti. Nel 2009, la Banca d'Italia segnala infatti sui conti dell'architetto e del commercialista operazioni contabili sospette. Per i loro importi e - accerta la Guardia di Finanza - per la loro natura. Tra il 2007 e il 2008, infatti, sia Gazzani che Zampolini si trovano a maneggiare contante di cui non riescono a giustificare né la provenienza, né l'impiego. Gazzani, per dire, versa sul suo conto contanti per 1 milione e 100 mila euro che prendono poi la strada della "Erreti film", la società di produzione cinematografica di Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci, e Vanessa Pascucci (moglie di Anemone) che produce i film in cui il figlio di Angelo Balducci, Lorenzo, recita da protagonista. E quando la Finanza gli chiede da dove salti fuori tutto quel denaro e perché un commercialista lo debba impiegare nella produzione di film, la risposta è grottesca. Il milione e 100 - dice - "è frutto della vendita di lingotti d'oro ricevuti in eredità da un nonno che aveva la passione per il cinema".
Non va meglio per Zampolini. Tra il 2007 e il 2008, versa sul proprio conto oltre 800 mila euro in contanti. Una cifra incompatibile, come accerta la Finanza, con i redditi che dichiara al Fisco o, quantomeno, con il suo lavoro di responsabile della progettazione del Gruppo Anemone. Di più: l'architetto non solo non sa spiegare la provenienza di quel denaro, ma neppure il suo impiego. Quegli 800 mila euro vengono infatti trasformati in assegni circolari utilizzati per due "operazioni immobiliari gemelle". Con la prima viene acquistato un appartamento in via Latina, a Roma, per Lorenzo Balducci, figlio di quell'Angelo che, da presidente nazionale del Consiglio dei Lavori pubblici, assegna appalti al Gruppo Anemone. Con la seconda, degli assegni circolari per circa 500 mila euro finiscono nella compravendita di una casa a Roma intestata alla figlia di Claudio Scajola.
Perché? Che c'entra Zampolini con Scajola? E in che modo quegli assegni finiscono nella disponibilità del già ministro dell'Interno e oggi ministro dello Sviluppo economico?
La risposta che verrà data a questa domanda non è evidentemente neutra nelle sue conseguenze. Perché se ha fondamento il sospetto della pubblica accusa per cui quel denaro transitato sui conti di Gazzani e Zampolini non è altro che il veicolo utilizzato da Anemone per "comprare" le benevolenze di chi in qualche modo poteva esercitare un controllo sugli appalti pubblici, è evidente che esisterebbero i presupposti per nuove accuse di corruzione.
Anemone, come detto, pur sotto la pressione della detenzione e della richiesta di commissariamento del suo Gruppo, sin qui non è stato di nessun aiuto nello sciogliere nessuno dei nodi della vicenda che lo ha precipitato in carcere. Né, a quanto pare, lo sarà nell'immediato futuro, anche perché i termini di scadenza della custodia cautelare non sono lontani (maggio). Potrebbe esserlo Zampolini, che, esattamente come Gazzani, in questa storia, al momento, appare il vaso di coccio tra vasi di ferro. Per quanto ne riferiscono fonti investigative, non esiste infatti allo stato alcuna circostanza che consenta di legare autonomamente l'oscuro architetto né al figlio di Balducci, né tantomeno alla figlia di Scajola. Non esiste insomma "spiegazione alternativa" alla circostanza che quei soldi fossero in realtà "provviste nere" di Diego Anemone.
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/23/news/g8_23_aprile-3554074/
cinquecentomila euro a Scajola
I pm scoprono assegni circolari partiti dal conto del progettista Angelo Zampolini. Sui rapporti del ministro con l'imprenditore interrogato anche Bertolaso
L'inchiesta della Procura di Perugia sulla "Cricca" degli appalti pubblici - G8 della Maddalena, mondiali di nuoto, anniversario per i 150 anni dell'Unità d'Italia - cammina. E ora incrocia la strada del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola perché singolare beneficiario, quando era un semplice parlamentare dell'opposizione, di una provvista di circa mezzo milione di euro messa a disposizione da una delle "tasche" del costruttore Diego Anemone (oggi detenuto con Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Fabio De Santis) per l'acquisto di un appartamento intestato alla figlia.
La scoperta del filo che annoda una delle figure chiave della "Cricca" al ministro è recente ed è documentata - lo vedremo - dal lavoro di indagine della Guardia di Finanza. Tanto che, il 12 aprile scorso, durante il suo lungo interrogatorio con i pubblici ministeri umbri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, ne viene chiesto conto allo stesso Guido Bertolaso, accusato per altro di essere stato corrotto proprio da Diego Anemone. Chiedono i pm: "Sa se e che tipo di rapporti esistono tra Anemone e l'onorevole Claudio Scajola?". Il capo della Protezione civile cade dalle nuvole. Ammesso che esista - spiega - il rapporto tra quei due gli è ignoto.
La domanda rivolta a Bertolaso, per quel che se ne sa, non ha sin qui trovato risposte neppure altrove (Anemone, dal giorno del suo arresto, ha scelto di esercitare il suo diritto al silenzio). A meno di non voler considerare tale la circostanza che nel primo governo Berlusconi Scajola sia stato ministro dell'Interno e che Anemone dal ministero dell'Interno abbia nel tempo ricevuto appalti. Di questa vicenda, dunque, resta al momento solo il presupposto. Che, come si è detto, è documentale. E che racconta una storia che finisce appunto a Scajola, ma parte dagli accertamenti della Finanza sul conto di un oscuro architetto legato a doppio filo a Diego Anemone e su assegni circolari per circa 500 mila euro.L'architetto ha un nome: Angelo Zampolini. Lavora come progettista del Gruppo Anemone e, come il commercialista Stefano Gazzani, è una delle "tasche" di chi del Gruppo e delle sue risorse dispone in prima persona: Diego Anemone. Poco più che una testa di paglia - ipotizzano la Procura e la Finanza - utilizzata dal costruttore per dissimulare l'origine di operazioni finanziarie di cui in realtà è il dominus. E che hanno l'odore di tangenti. Nel 2009, la Banca d'Italia segnala infatti sui conti dell'architetto e del commercialista operazioni contabili sospette. Per i loro importi e - accerta la Guardia di Finanza - per la loro natura. Tra il 2007 e il 2008, infatti, sia Gazzani che Zampolini si trovano a maneggiare contante di cui non riescono a giustificare né la provenienza, né l'impiego. Gazzani, per dire, versa sul suo conto contanti per 1 milione e 100 mila euro che prendono poi la strada della "Erreti film", la società di produzione cinematografica di Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci, e Vanessa Pascucci (moglie di Anemone) che produce i film in cui il figlio di Angelo Balducci, Lorenzo, recita da protagonista. E quando la Finanza gli chiede da dove salti fuori tutto quel denaro e perché un commercialista lo debba impiegare nella produzione di film, la risposta è grottesca. Il milione e 100 - dice - "è frutto della vendita di lingotti d'oro ricevuti in eredità da un nonno che aveva la passione per il cinema".
Non va meglio per Zampolini. Tra il 2007 e il 2008, versa sul proprio conto oltre 800 mila euro in contanti. Una cifra incompatibile, come accerta la Finanza, con i redditi che dichiara al Fisco o, quantomeno, con il suo lavoro di responsabile della progettazione del Gruppo Anemone. Di più: l'architetto non solo non sa spiegare la provenienza di quel denaro, ma neppure il suo impiego. Quegli 800 mila euro vengono infatti trasformati in assegni circolari utilizzati per due "operazioni immobiliari gemelle". Con la prima viene acquistato un appartamento in via Latina, a Roma, per Lorenzo Balducci, figlio di quell'Angelo che, da presidente nazionale del Consiglio dei Lavori pubblici, assegna appalti al Gruppo Anemone. Con la seconda, degli assegni circolari per circa 500 mila euro finiscono nella compravendita di una casa a Roma intestata alla figlia di Claudio Scajola.
Perché? Che c'entra Zampolini con Scajola? E in che modo quegli assegni finiscono nella disponibilità del già ministro dell'Interno e oggi ministro dello Sviluppo economico?
La risposta che verrà data a questa domanda non è evidentemente neutra nelle sue conseguenze. Perché se ha fondamento il sospetto della pubblica accusa per cui quel denaro transitato sui conti di Gazzani e Zampolini non è altro che il veicolo utilizzato da Anemone per "comprare" le benevolenze di chi in qualche modo poteva esercitare un controllo sugli appalti pubblici, è evidente che esisterebbero i presupposti per nuove accuse di corruzione.
Anemone, come detto, pur sotto la pressione della detenzione e della richiesta di commissariamento del suo Gruppo, sin qui non è stato di nessun aiuto nello sciogliere nessuno dei nodi della vicenda che lo ha precipitato in carcere. Né, a quanto pare, lo sarà nell'immediato futuro, anche perché i termini di scadenza della custodia cautelare non sono lontani (maggio). Potrebbe esserlo Zampolini, che, esattamente come Gazzani, in questa storia, al momento, appare il vaso di coccio tra vasi di ferro. Per quanto ne riferiscono fonti investigative, non esiste infatti allo stato alcuna circostanza che consenta di legare autonomamente l'oscuro architetto né al figlio di Balducci, né tantomeno alla figlia di Scajola. Non esiste insomma "spiegazione alternativa" alla circostanza che quei soldi fossero in realtà "provviste nere" di Diego Anemone.
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/23/news/g8_23_aprile-3554074/
Rai e super appalti
Milioni per le produzioni esterne. Su tutte Endemol e Magnolia
Centinaia di milioni transitano per la Rai. E poi scappano via, distribuiti tra appalti, consulenze e produzioni esterne. Le serie televisive a puntate, girate in Tunisia o in Marocco, assorbono la parte più cospicua della torta: 208 milioni di euro per l'anno in corso, 21 società coinvolte, 31 titoli di fiction da inserire nei palinsesti. Per partecipare alla maratona occorre un capitale di 10 mila euro, un indirizzo, un numero telefonico e una sede. Anche se i maratoneti sono i soliti: noti perché multinazionali, parenti o amici di mamma Rai. Politica e servizio pubblico.
Scoprire le carte fa irritare: il deputato Italo Bocchino perché la moglie Gabriella Buontempo lavora (da molto) con Goodtime per la Rai, Marco Bassetti perché la sua Endemol (30 per cento di Mediaset dal 2007) – secondo il medesimo Bocchino – domina la spartizione di viale Mazzini. Un intreccio dove pochi perdono e molti guadagnano. Endemol ha usufruito di un contratto particolare che prevede il minimo garantito: la Rai paga in anticipo, la società offre programmi e fiction. Soltanto nel 2006-07, nei mesi dell'operazione con la berlusconiana Mediaset, la Endemol ha incassato 45 milioni. La collaborazione è trasversale: inizia la mattina con Verdetto Finale (all'interno di Unomattina), prosegue all'ora di pranzo con la Prova del cuoco e chiude la giornata con Donna Detective.
Tre nomi per fare un esempio. Un veloce esempio. Non può lamentarsi la Magnolia di Giorgio Gori: l'Isola dei Famosi, l'Eredità e X-Factor valgono 30 milioni di euro. Il podio dei migliori (e più proficui) è completato da Bibì Ballandi: tratta grandi nomi e grandi capitali, da Gigi D'Alessio a Milly Carlucci (Ballando con le stelle) per un giro d'affari di 20 milioni. Scoperto l'appalto alla suocera di Gianfranco Fini, la mamma della Tulliani che confezionava Per Capirti, a viale Mazzini – appena pronunci la parolina politica – avvicinano le mani alla bocca: silenzio. E poi fanno scivolare: "Guardate la Ldm, in ascesa come un razzo". La Ldm spazia da I raccomandati e Butta la luna, s'infila con scioltezza nei campi aperti con la stessa disinvoltura del capo Piero Di Lorenzo, professionista e imprenditore romano, consulente (Beretta-Di Lorenzo&partners), immobiliarista (Edilnord 2000).
Fonti qualificate ripercorrono la carriera in Rai della Ldm: "Nasce da una costola di Alleanza nazionale, più vicina a Gasparri che a Fini, cresce nella Forza Italia che sarà Pdl". Il senatore Gasparri è deciso: "Non mettiamo voci su mia moglie. Infondate. Ha solo collaborato alla stesura di un libro, non c'entra nulla con la Rai". Conosce Di Lorenzo? "Certo, come tanti altri. Anche lei". Eppure c'è un legame tra la galassia Pdl e la Ldm. Il filo conduttore è Laura Tecce, spalla di Amadeus nel contenitore Cuore di Mamma (70 puntate su RaiDue). La Tecce è rientrata a viale Mazzini con una doppia esperienza: da giornalista a SkyTg24 e da ufficio stampa di Scajola al ministero dello Sviluppo economico. Per una suggestiva coincidenza, ieri nelle stanze della direzione risorse televisive – lì dove passano e ripassano i contratti – girava una lettera del direttore Liofredi (RaiDue) che chiedeva l'ingaggio per un autore-regista di Cuore di Mamma per l'anno prossimo.
Postilla: il programma ha un cattivo rapporto con l'audience, non esiste il palinsesto per il 2011. Appena varcò il portone di Montecitorio, forse a malincuore, Luca Barbareschi lasciò le quote della Casanova che prepara due fiction da 6 milioni di euro. Sigle storiche: la Lux della famiglia Bernabei, oggi gestita da Matilde, moglie di Giovanni Minoli. La Ciaoragazzi di Claudia Mori. La Einstein di Luca Josi, l'ultimo discepolo di Craxi. Appalti e subappalti: il 45 per cento dei programmi viene affidato a minuscole società. Parafrasando un consigliere di amministrazione: "Nei rivoli sguazza la fuffa".
Da il Fatto Quotidiano del 4 maggio
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2483717&yy=2010&mm=05&dd=04&title=la_rai_e_i_super_appalti
Milioni per le produzioni esterne. Su tutte Endemol e Magnolia
Centinaia di milioni transitano per la Rai. E poi scappano via, distribuiti tra appalti, consulenze e produzioni esterne. Le serie televisive a puntate, girate in Tunisia o in Marocco, assorbono la parte più cospicua della torta: 208 milioni di euro per l'anno in corso, 21 società coinvolte, 31 titoli di fiction da inserire nei palinsesti. Per partecipare alla maratona occorre un capitale di 10 mila euro, un indirizzo, un numero telefonico e una sede. Anche se i maratoneti sono i soliti: noti perché multinazionali, parenti o amici di mamma Rai. Politica e servizio pubblico.
Scoprire le carte fa irritare: il deputato Italo Bocchino perché la moglie Gabriella Buontempo lavora (da molto) con Goodtime per la Rai, Marco Bassetti perché la sua Endemol (30 per cento di Mediaset dal 2007) – secondo il medesimo Bocchino – domina la spartizione di viale Mazzini. Un intreccio dove pochi perdono e molti guadagnano. Endemol ha usufruito di un contratto particolare che prevede il minimo garantito: la Rai paga in anticipo, la società offre programmi e fiction. Soltanto nel 2006-07, nei mesi dell'operazione con la berlusconiana Mediaset, la Endemol ha incassato 45 milioni. La collaborazione è trasversale: inizia la mattina con Verdetto Finale (all'interno di Unomattina), prosegue all'ora di pranzo con la Prova del cuoco e chiude la giornata con Donna Detective.
Tre nomi per fare un esempio. Un veloce esempio. Non può lamentarsi la Magnolia di Giorgio Gori: l'Isola dei Famosi, l'Eredità e X-Factor valgono 30 milioni di euro. Il podio dei migliori (e più proficui) è completato da Bibì Ballandi: tratta grandi nomi e grandi capitali, da Gigi D'Alessio a Milly Carlucci (Ballando con le stelle) per un giro d'affari di 20 milioni. Scoperto l'appalto alla suocera di Gianfranco Fini, la mamma della Tulliani che confezionava Per Capirti, a viale Mazzini – appena pronunci la parolina politica – avvicinano le mani alla bocca: silenzio. E poi fanno scivolare: "Guardate la Ldm, in ascesa come un razzo". La Ldm spazia da I raccomandati e Butta la luna, s'infila con scioltezza nei campi aperti con la stessa disinvoltura del capo Piero Di Lorenzo, professionista e imprenditore romano, consulente (Beretta-Di Lorenzo&partners), immobiliarista (Edilnord 2000).
Fonti qualificate ripercorrono la carriera in Rai della Ldm: "Nasce da una costola di Alleanza nazionale, più vicina a Gasparri che a Fini, cresce nella Forza Italia che sarà Pdl". Il senatore Gasparri è deciso: "Non mettiamo voci su mia moglie. Infondate. Ha solo collaborato alla stesura di un libro, non c'entra nulla con la Rai". Conosce Di Lorenzo? "Certo, come tanti altri. Anche lei". Eppure c'è un legame tra la galassia Pdl e la Ldm. Il filo conduttore è Laura Tecce, spalla di Amadeus nel contenitore Cuore di Mamma (70 puntate su RaiDue). La Tecce è rientrata a viale Mazzini con una doppia esperienza: da giornalista a SkyTg24 e da ufficio stampa di Scajola al ministero dello Sviluppo economico. Per una suggestiva coincidenza, ieri nelle stanze della direzione risorse televisive – lì dove passano e ripassano i contratti – girava una lettera del direttore Liofredi (RaiDue) che chiedeva l'ingaggio per un autore-regista di Cuore di Mamma per l'anno prossimo.
Postilla: il programma ha un cattivo rapporto con l'audience, non esiste il palinsesto per il 2011. Appena varcò il portone di Montecitorio, forse a malincuore, Luca Barbareschi lasciò le quote della Casanova che prepara due fiction da 6 milioni di euro. Sigle storiche: la Lux della famiglia Bernabei, oggi gestita da Matilde, moglie di Giovanni Minoli. La Ciaoragazzi di Claudia Mori. La Einstein di Luca Josi, l'ultimo discepolo di Craxi. Appalti e subappalti: il 45 per cento dei programmi viene affidato a minuscole società. Parafrasando un consigliere di amministrazione: "Nei rivoli sguazza la fuffa".
Da il Fatto Quotidiano del 4 maggio
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2483717&yy=2010&mm=05&dd=04&title=la_rai_e_i_super_appalti
Quando si parla dei conti della Regione Lazio è il caso di dotarsi di una calcolatrice ben funzionante e con pile possibilmente nuove. Perché le cifre sono enormi - e meno male che c’è l’euro, che toglie di mezzo qualche zero. La prima è l’ultima: gli 866,4 milioni di euro di minori trasferimenti dallo Stato per il 2011 e il 2012 che fanno del Lazio la terza Regione più colpita dai tagli di Tremonti dopo Lombardia e Piemonte, certamente con conti più in ordine. Anni di amministrazioni lassiste, per lo più di centrosinistra, hanno scavato crepe profonde nei pilastri contabili della Pisana, che ora si trova in pole position nella lista nera delle Regioni meno virtuose. Da quando si è insediata, la presidente del Pdl Renata Polverini sta lavorando per porre rimedio a un deficit miliardario originato soprattutto dalla spesa sanitaria: con 1,3 miliardi di disavanzo sanitario Roma e il suo circondario «fatturano» ben più di un terzo dell’intero «rosso» nazionale, che si attesta a 3,4 miliardi. E le cifre diventano di mese in mese più drammatiche: il ministero dell’Economia ha appena stimato che il debito sanitario dell’anno corrente sarebbe già arrivato a 1,5 miliardi di euro. E il piano di rientro è un calvario senza fine: malgrado il cambio di colore dell’amministrazione regionale abbia reso più conciliante il governo nella trattativa per tornare sulla retta via, pure le misure saranno drastiche. Per dire, il Lazio, come le altre regioni finite dietro la lavagna, non ha accesso ai fondi per le aree sottoutilizzate (Fas): circa 450 milioni svaniti per rimediare i quali la Polverini si troverà costretta a ritoccare al rialzo addizionali regionali già quasi ai massimi: l’Irpef è all’1,4 per cento, l’Irap (che varia da settore a settore) in media al 5,25 per cento, ma la finanziaria 2010 per le Regioni «canaglie» impone lo stesso un aumento automatico rispettivamente dello 0,15 e dello 0,30. «Ricordo che anticipiamo 1,4 miliardi che dovremmo avere dal ministero dell’Economia. Poi dovremmo avere 800 milioni dal Fondo di garanzia, più altri 50 al mese in attesa della delibera Cipe», elenca Polverini sconsolata, costretta come una massaia a risparmiare qua e là.
Le occasioni non mancano: dovunque Polverini mette mano ecco sprechi e irrazionalità. Restando alla sanità, qualche settimana fa Polverini ha individuato 204 milioni di risparmi strutturali nella gestione dei servizi grazie a operazioni di contenimento della spesa: la governatrice sta per dare un taglio a contratti di consulenza a professionisti esterni alle amministrazioni sanitarie (10 milioni), ai fondi contrattuali del personale sanitario (50 milioni), ad appalti vari (92,7 milioni), alla spesa per esami di laboratorio, diagnostica e assistenza ambulatoriale in convenzione con strutture sanitarie private (79 milioni). Poi arriveranno la razionalizzazione della rete ospedaliera, con la chiusura di piccoli ospedali, e l’istituzione di uno strumento di controllo della spesa sanitaria e di quella farmaceutica.
Insomma, gli anni delle cinghie tirate dopo quelli della pazza gioia. I guai dei conti laziali arrivano da lontano, ma la gestione Marrazzo-Montino è stata decisiva per affossarli ulteriormente. Qualche mese fa, per dire, la Guardia di finanza ha trasmesso alla procura della Corte dei conti una relazione nella quale calcola un danno erariale di 243 milioni maturato dal 2004 al 2008 per non aver applicato la legge 405 del 2001 che prevede che le strutture sanitarie possano acquistare taluni tipi di farmaci con il 50 per cento di sconto. Opportunità che la regione Lazio avrebbe trascurato di sfruttare, preferendo utilizzare la più onerosa spesa «a rimborso» che prevede l’esborso del prezzo intero salvo un piccolo sconto obbligatorio. E la durata delle degenze ospedaliere - che secondo gli esperti è il vero parametro per verificare l’efficienza delle strutture sanitarie - è circa il 40 per cento superiore rispetto a quello delle Regioni virtuose: ciò si è calcolato costerebbe ai laziali circa 70 milioni all’anno.
Grandi sperperi. E più piccoli ma non meno odiosi. Come la determinazione dirigenziale che per il 2009 stanziò 6mila euro per la fornitura di caffè e bevande durante le sedute della giunta, che quell’anno furono 48. Diviso per i 17 componenti del governo regionale, fa 7 euro e spiccioli a testa. Quindi ogni assessore durante la giunta avrebbe potuto sorseggiare 14 caffè: e poi dicono che la politica rende nervosi. Spulciando tra le fatture pagate dalla Pisana nell’era Marrazzo, spuntano anche pagamenti a un’azienda di Bruxelles che procura limousine: 34mila euro sborsati dai cittadini tra il 2006 e il 2009 per consentire a Marrazzo di essere scarrozzato nei suoi viaggi nella capitale belga. Ma anche muoversi per Roma e per il Lazio non costa meno: 300mila euro dal primo ottobre 2009 a marzo 2010 solo per il carburante per far circolare il parco auto, 100mila euro per vestire gli autisti e 52mila per le tessere Viacard e gli accessi alla Ztl romana. Ma in un bilancio da 26 miliardi come quello approvato dalla gestione provvisoria di Montino a fine 2009 per l’anno in corso (che diventano oltre 30 in termini di cassa) ci sono soldi per tutti: 400mila euro per concorrere alle attività del primo centro euromediterraneo di cinematografia a Ouarzazate, che per la cronaca non è né in provincia di Rieti né di Frosinone, bensì in Marocco; 25mila euro per gli «oneri connessi con il funzionamento della cappella interna alla sede regionale»; 750mila euro per il solo 2010 per le spese di rappresentanza del presidente del consiglio regionale; infine, i 4.470.452,25 euro stanziati per le comunità montane (ma non dovevano essere abolite?) e i piccoli comuni.
http://www.ilgiornale.it/interni/sanita_rotoli_marrazzo_limousine_e_400mila_euro_cinema_marocchino/01-07-2010/articolo-id=457434-page=1-comments=1
Le occasioni non mancano: dovunque Polverini mette mano ecco sprechi e irrazionalità. Restando alla sanità, qualche settimana fa Polverini ha individuato 204 milioni di risparmi strutturali nella gestione dei servizi grazie a operazioni di contenimento della spesa: la governatrice sta per dare un taglio a contratti di consulenza a professionisti esterni alle amministrazioni sanitarie (10 milioni), ai fondi contrattuali del personale sanitario (50 milioni), ad appalti vari (92,7 milioni), alla spesa per esami di laboratorio, diagnostica e assistenza ambulatoriale in convenzione con strutture sanitarie private (79 milioni). Poi arriveranno la razionalizzazione della rete ospedaliera, con la chiusura di piccoli ospedali, e l’istituzione di uno strumento di controllo della spesa sanitaria e di quella farmaceutica.
Insomma, gli anni delle cinghie tirate dopo quelli della pazza gioia. I guai dei conti laziali arrivano da lontano, ma la gestione Marrazzo-Montino è stata decisiva per affossarli ulteriormente. Qualche mese fa, per dire, la Guardia di finanza ha trasmesso alla procura della Corte dei conti una relazione nella quale calcola un danno erariale di 243 milioni maturato dal 2004 al 2008 per non aver applicato la legge 405 del 2001 che prevede che le strutture sanitarie possano acquistare taluni tipi di farmaci con il 50 per cento di sconto. Opportunità che la regione Lazio avrebbe trascurato di sfruttare, preferendo utilizzare la più onerosa spesa «a rimborso» che prevede l’esborso del prezzo intero salvo un piccolo sconto obbligatorio. E la durata delle degenze ospedaliere - che secondo gli esperti è il vero parametro per verificare l’efficienza delle strutture sanitarie - è circa il 40 per cento superiore rispetto a quello delle Regioni virtuose: ciò si è calcolato costerebbe ai laziali circa 70 milioni all’anno.
Grandi sperperi. E più piccoli ma non meno odiosi. Come la determinazione dirigenziale che per il 2009 stanziò 6mila euro per la fornitura di caffè e bevande durante le sedute della giunta, che quell’anno furono 48. Diviso per i 17 componenti del governo regionale, fa 7 euro e spiccioli a testa. Quindi ogni assessore durante la giunta avrebbe potuto sorseggiare 14 caffè: e poi dicono che la politica rende nervosi. Spulciando tra le fatture pagate dalla Pisana nell’era Marrazzo, spuntano anche pagamenti a un’azienda di Bruxelles che procura limousine: 34mila euro sborsati dai cittadini tra il 2006 e il 2009 per consentire a Marrazzo di essere scarrozzato nei suoi viaggi nella capitale belga. Ma anche muoversi per Roma e per il Lazio non costa meno: 300mila euro dal primo ottobre 2009 a marzo 2010 solo per il carburante per far circolare il parco auto, 100mila euro per vestire gli autisti e 52mila per le tessere Viacard e gli accessi alla Ztl romana. Ma in un bilancio da 26 miliardi come quello approvato dalla gestione provvisoria di Montino a fine 2009 per l’anno in corso (che diventano oltre 30 in termini di cassa) ci sono soldi per tutti: 400mila euro per concorrere alle attività del primo centro euromediterraneo di cinematografia a Ouarzazate, che per la cronaca non è né in provincia di Rieti né di Frosinone, bensì in Marocco; 25mila euro per gli «oneri connessi con il funzionamento della cappella interna alla sede regionale»; 750mila euro per il solo 2010 per le spese di rappresentanza del presidente del consiglio regionale; infine, i 4.470.452,25 euro stanziati per le comunità montane (ma non dovevano essere abolite?) e i piccoli comuni.
http://www.ilgiornale.it/interni/sanita_rotoli_marrazzo_limousine_e_400mila_euro_cinema_marocchino/01-07-2010/articolo-id=457434-page=1-comments=1
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