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Libro : L'inganno di Souad Sbai
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090310
Libro : L'inganno di Souad Sbai
Souad Sbai presenta il suo libro tra vecchie e nuove minacce
Non vuole parlarne anche se ha rischiato la vita. Avvelenamento, è questa la diagnosi fatta alla deputata del Pdl Souad Sbai – presidente della Associazione delle donne marocchine in Italia – che il mese scorso ha presentato una denuncia contro ignoti su cui sta indagando la Procura della Repubblica di Roma. L’abbiamo raggiunta per avere qualche anticipazione sul suo nuovo libro (“L’inganno. Vittime del multiculturalismo”, Edizioni Cantagalli), che viene presentato stamattina nella Sala delle Colonne alla Camera dei Deputati.
Onorevole, “Libero” scrive che hanno cercato di avvelenarla…
Posso solo dire che su Libero è uscito qualcosa che non doveva uscire. Come se una sera vai a cena con gli amici, parli di qualcosa che ti è successo, e il giorno dopo lo trovi pubblicato sui giornali. È una cosa che mi ha un po’ infastidito: il giornalista di Libero che ha riportato quelle dichiarazioni è un amico, gli avevo detto di aspettare a pubblicarle perché c’è un’indagine in corso.
Non può dirci altro?
Parlare adesso non è il caso, infangherebbero tutto.
In ogni caso, ha ricevuto solidarietà dopo questa brutta esperienza?
Ho avuto molta solidarietà. Da un po’ di tempo non faccio altro che rispondere a email, messaggi su Facebook, telefonate dai membri delle comunità musulmane moderate – soprattutto marocchini. Oggi molti di loro verranno a Roma alla presentazione del mio libro, da molte parti d’Italia, per dimostrarmi solidarietà e per starmi vicino.
Probabilmente qualcuno tornerà a chiederle dell’avvelenamento…
Non ho voglia di discutere del misfatto di cui sono stata vittima perché, ripeto, c’è un’inchiesta in corso e non mi va di strumentalizzare un’occasione bella come quella di oggi con questa vicenda. Quando le indagini saranno chiuse, ne potremo discutere.
Allora parliamo di quelli che continuano a minacciarla in Rete, e non solo. Come si difende una donna engagée dai fondamentalisti islamici?
Io non ho paura, continuo a non aver paura. Bisogna andare avanti, tutti i giorni. Da quando sono in Italia ho sempre difeso le donne contro i pericoli dell’estremismo. Qualcuno se n’è reso conto, altri hanno preferito chiudere gli occhi. Ma noi questa battaglia la continuiamo senza paura, non sono da sola, siamo in tanti.
Chi sono i Jihadisti?
Non sono veri musulmani. Sono dei "politici", integralisti, radicali, che esprimono un pensiero “bianco”, come lo definiscono, puro, ma che non ha niente a che vedere con l’Islam.
Cosa vogliono e in che modo possiamo sconfiggerli?
Il loro obiettivo è terrorizzare l’umanità e noi non dobbiamo cadere nel terrore. Dobbiamo combattere il pensiero oscurantista di una pericolosa minoranza e salvaguardare la maggioranza degli arabi e musulmani che vivono e amano vivere in Italia serenamente. La minoranza che invece vuole danneggiare il nostro Paese va allontanata, come è già accaduto altrove. Dobbiamo avere il coraggio di combatterli con la civiltà, denunciando quello che fanno alle donne, ai bambini alle bambine, soprattutto, qui da noi come in altre parti del mondo, come in Afghanistan e Iran.
In caso contrario cosa potrebbe accadere?
Ai Jihadisti non interessa ottenere dei risultati subito, sono pazienti, preferiscono “inquinare” le comunità islamiche con il loro pensiero radicale. C’è il rischio che tra dieci anni le cose possano essere molto diverse da quello che vediamo oggi.
Fareed Zakaria ha annunciato la sconfitta di Al Qaeda grazie al risveglio del mondo islamico moderato. Che ne pensa?
Non sono proprio ottimista. Gli islamici moderati non hanno i mezzi di al-Qaeda, le loro uniche armi sono la parola, l’amore, a differenza di chi ha una bomba addosso e si fa saltare. Io spero sia così come dice Zakaria. In Marocco, in Tunisia, c’è questa avanzata molto forte dei moderati.
E’ un discorso che vale anche per l’Occidente?
Sono meno fiduciosa di quello che succede nel mondo occidentale. Temo che si possa verificare una deriva per cui diventiamo tutti xenofobi, musulmani moderati e italiani, è questo che sto notando oggi. Quello che posso consigliare ai moderati è di continuare a perseguire la pace e l’integrazione. È difficile far cambiare idea agli integralisti ma in Italia c’è una giustizia che è molto vigile, il nostro Paese ha passato molti momenti difficili e l’estremismo islamico non riuscirà a sconvolgerlo.
Falsa tolleranza e acritico rispetto della diversità. E’ questa la pericolosa miscela che ha denunciato nel suo nuovo libro. Che futuro hanno le giovani donne musulmane residenti in Europa?
Auguro loro quello che ho vissuto io, di vivere in modo libero, senza dover scappare, senza dover addirittura tornare in Marocco per riottenere un po’ di libertà - visto che almeno lì c’è una rete familiare che le protegge. Gli auguro che ci siano più delle Sanaa (si riferisce a Sanaa Dafani, la ragazza marocchina uccisa a coltellate dal padre, ndr), gli auguro di sentire il Paese in cui hanno scelto di vivere sempre più loro, senza rinnegare le proprie tradizioni ma nello stesso tempo vivendo senza cedere ai condizionamenti dei radicali.
E’ un discorso che riguarda l’intero mondo islamico in Italia
I giovani devono svegliarsi, come dicono alcuni moderati. Così come c’è stato il risveglio dell’estremismo negli anni Ottanta, oggi c’è un risveglio dei moderati, che è lento, certamente, ma che è destinato a durare. La vera sfida è quella dell’integrazione, e quello che dico al nostro governo è di fare attenzione ai malesseri e di evitare di crearne. Dobbiamo accogliere queste persone che ormai fanno parte di questo Paese, dobbiamo far sì che la “seconda generazione” di migranti si senta italiana.
Più concretamente?
Dobbiamo far sentire italiani i giovani migranti anche con la scuola, l’informazione, la televisione, non abbandonarli a se stessi per poi trovarci di fronte una popolazione ostile come è accaduto nelle banlieues francesi. Possiamo accettare le abitudini legate all’abbigliamento tradizionale di chi arriva nel nostro Paese, le sue usanze, la sua alimentazione, possiamo condividere tutto questo ma guai a condividere quei “diritti negativi” come l’infibulazione, la segregazione, la violenza sulle bambine, il burqa.
In Italia non tutti la pensano così
Il multiculturalismo ha dei limiti e il nostro compito è quello di evidenziarli. Ci deve essere la libertà religiosa ma non possiamo accettare l’estremismo integralista. Bisogna stare dalla parte della gente che vuole vivere in questo Paese serenamente.
http://www.loccidentale.it/articolo/%22hanno+tentato+di+avvelenarmi+ma+io+continuo+a+non+avere+paura%22.0087493
Non vuole parlarne anche se ha rischiato la vita. Avvelenamento, è questa la diagnosi fatta alla deputata del Pdl Souad Sbai – presidente della Associazione delle donne marocchine in Italia – che il mese scorso ha presentato una denuncia contro ignoti su cui sta indagando la Procura della Repubblica di Roma. L’abbiamo raggiunta per avere qualche anticipazione sul suo nuovo libro (“L’inganno. Vittime del multiculturalismo”, Edizioni Cantagalli), che viene presentato stamattina nella Sala delle Colonne alla Camera dei Deputati.
Onorevole, “Libero” scrive che hanno cercato di avvelenarla…
Posso solo dire che su Libero è uscito qualcosa che non doveva uscire. Come se una sera vai a cena con gli amici, parli di qualcosa che ti è successo, e il giorno dopo lo trovi pubblicato sui giornali. È una cosa che mi ha un po’ infastidito: il giornalista di Libero che ha riportato quelle dichiarazioni è un amico, gli avevo detto di aspettare a pubblicarle perché c’è un’indagine in corso.
Non può dirci altro?
Parlare adesso non è il caso, infangherebbero tutto.
In ogni caso, ha ricevuto solidarietà dopo questa brutta esperienza?
Ho avuto molta solidarietà. Da un po’ di tempo non faccio altro che rispondere a email, messaggi su Facebook, telefonate dai membri delle comunità musulmane moderate – soprattutto marocchini. Oggi molti di loro verranno a Roma alla presentazione del mio libro, da molte parti d’Italia, per dimostrarmi solidarietà e per starmi vicino.
Probabilmente qualcuno tornerà a chiederle dell’avvelenamento…
Non ho voglia di discutere del misfatto di cui sono stata vittima perché, ripeto, c’è un’inchiesta in corso e non mi va di strumentalizzare un’occasione bella come quella di oggi con questa vicenda. Quando le indagini saranno chiuse, ne potremo discutere.
Allora parliamo di quelli che continuano a minacciarla in Rete, e non solo. Come si difende una donna engagée dai fondamentalisti islamici?
Io non ho paura, continuo a non aver paura. Bisogna andare avanti, tutti i giorni. Da quando sono in Italia ho sempre difeso le donne contro i pericoli dell’estremismo. Qualcuno se n’è reso conto, altri hanno preferito chiudere gli occhi. Ma noi questa battaglia la continuiamo senza paura, non sono da sola, siamo in tanti.
Chi sono i Jihadisti?
Non sono veri musulmani. Sono dei "politici", integralisti, radicali, che esprimono un pensiero “bianco”, come lo definiscono, puro, ma che non ha niente a che vedere con l’Islam.
Cosa vogliono e in che modo possiamo sconfiggerli?
Il loro obiettivo è terrorizzare l’umanità e noi non dobbiamo cadere nel terrore. Dobbiamo combattere il pensiero oscurantista di una pericolosa minoranza e salvaguardare la maggioranza degli arabi e musulmani che vivono e amano vivere in Italia serenamente. La minoranza che invece vuole danneggiare il nostro Paese va allontanata, come è già accaduto altrove. Dobbiamo avere il coraggio di combatterli con la civiltà, denunciando quello che fanno alle donne, ai bambini alle bambine, soprattutto, qui da noi come in altre parti del mondo, come in Afghanistan e Iran.
In caso contrario cosa potrebbe accadere?
Ai Jihadisti non interessa ottenere dei risultati subito, sono pazienti, preferiscono “inquinare” le comunità islamiche con il loro pensiero radicale. C’è il rischio che tra dieci anni le cose possano essere molto diverse da quello che vediamo oggi.
Fareed Zakaria ha annunciato la sconfitta di Al Qaeda grazie al risveglio del mondo islamico moderato. Che ne pensa?
Non sono proprio ottimista. Gli islamici moderati non hanno i mezzi di al-Qaeda, le loro uniche armi sono la parola, l’amore, a differenza di chi ha una bomba addosso e si fa saltare. Io spero sia così come dice Zakaria. In Marocco, in Tunisia, c’è questa avanzata molto forte dei moderati.
E’ un discorso che vale anche per l’Occidente?
Sono meno fiduciosa di quello che succede nel mondo occidentale. Temo che si possa verificare una deriva per cui diventiamo tutti xenofobi, musulmani moderati e italiani, è questo che sto notando oggi. Quello che posso consigliare ai moderati è di continuare a perseguire la pace e l’integrazione. È difficile far cambiare idea agli integralisti ma in Italia c’è una giustizia che è molto vigile, il nostro Paese ha passato molti momenti difficili e l’estremismo islamico non riuscirà a sconvolgerlo.
Falsa tolleranza e acritico rispetto della diversità. E’ questa la pericolosa miscela che ha denunciato nel suo nuovo libro. Che futuro hanno le giovani donne musulmane residenti in Europa?
Auguro loro quello che ho vissuto io, di vivere in modo libero, senza dover scappare, senza dover addirittura tornare in Marocco per riottenere un po’ di libertà - visto che almeno lì c’è una rete familiare che le protegge. Gli auguro che ci siano più delle Sanaa (si riferisce a Sanaa Dafani, la ragazza marocchina uccisa a coltellate dal padre, ndr), gli auguro di sentire il Paese in cui hanno scelto di vivere sempre più loro, senza rinnegare le proprie tradizioni ma nello stesso tempo vivendo senza cedere ai condizionamenti dei radicali.
E’ un discorso che riguarda l’intero mondo islamico in Italia
I giovani devono svegliarsi, come dicono alcuni moderati. Così come c’è stato il risveglio dell’estremismo negli anni Ottanta, oggi c’è un risveglio dei moderati, che è lento, certamente, ma che è destinato a durare. La vera sfida è quella dell’integrazione, e quello che dico al nostro governo è di fare attenzione ai malesseri e di evitare di crearne. Dobbiamo accogliere queste persone che ormai fanno parte di questo Paese, dobbiamo far sì che la “seconda generazione” di migranti si senta italiana.
Più concretamente?
Dobbiamo far sentire italiani i giovani migranti anche con la scuola, l’informazione, la televisione, non abbandonarli a se stessi per poi trovarci di fronte una popolazione ostile come è accaduto nelle banlieues francesi. Possiamo accettare le abitudini legate all’abbigliamento tradizionale di chi arriva nel nostro Paese, le sue usanze, la sua alimentazione, possiamo condividere tutto questo ma guai a condividere quei “diritti negativi” come l’infibulazione, la segregazione, la violenza sulle bambine, il burqa.
In Italia non tutti la pensano così
Il multiculturalismo ha dei limiti e il nostro compito è quello di evidenziarli. Ci deve essere la libertà religiosa ma non possiamo accettare l’estremismo integralista. Bisogna stare dalla parte della gente che vuole vivere in questo Paese serenamente.
http://www.loccidentale.it/articolo/%22hanno+tentato+di+avvelenarmi+ma+io+continuo+a+non+avere+paura%22.0087493

Incapervinca- Admin
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Località: Marocco
Libro : L'inganno di Souad Sbai :: Commenti
L’Italia è un Paese che sta oggi affrontando un massiccio fenomeno strutturale, dove oggi stanno crescendo larghi e nuovi fenomeni etnici e sociali. Anche qui la presenza di musulmani sta diventando sempre più vasta: la seconda comunità dopo gli albanesi. Di circa 1 milione e duecentomila musulmani, 403.592 (secondo statistiche Istat aggiornate al 1 gennaio 2009) sono i marocchini che rappresentano il 9,5% del totale degli stranieri in Italia. Dei marocchini in Italia, il 35.3% sonno donne.
I musulmani di altre nazionalità presenti in numero significativo sono tunisini, algerini, egiziani. Se l’immigrato non sente questo Paese come qualcosa di suo, non sarà mai integrato, sarà sempre un escluso dalla società. Molta gente non vuole questa integrazione, in particolare gli estremisti islamici, insediati in Italia. Qui si accetta tutto. Gli estremisti rifiutano l’integrazione perché, se ciò avvenisse, non ci sarebbe più bisogno delle loro varie associazioni islamiche. Così si spiega il rifiuto di apprendere anche la lingua che, arrivando in un Paese nuovo, è la prima cosa da imparare. La condizione delle donne è drammatica. Valentina Colombo, Maria Giovanna Maglie, Valeria Coiante, Emilio Casalini e tanti altri giornalisti hanno scritto pagine e pagine sulla situazione femminile ed hanno portato alla ribalta attraverso inchieste di valore la questione della donna musulmana.
Le donne emigrate in Italia, all’inizio, sono piene di speranza. Perché pensano di migliorare decisamente la loro situazione. Ma qui trovano subito l’inferno, la segregazione, la reclusione, l’umiliazione, la violenza e, a volte, anche la morte.
Se ne sono perse tante così: sgozzate, come la ragazza di Bologna, ammazzata davanti alla figlia di due anni. E con il ricordo di tanto atroce esempio, la bambina impara da piccola cosa le potrebbe succedere un giorno, se solo le venisse in mente di vivere in modo occidentale. Secondo Giorgio Paolucci, giornalista di «Avvenire» in soli quattro anni la situazione femminile è migliorata sensibilmente: l’analfabetismo è passato dal 67 al 38%. Qui, in Italia, invece l’80% delle donne restano analfabete e le condizioni di vita sono drammatiche. Giorgio Paolucci, assieme a Camille Eid, hanno anche toccato, in una loro recente opera1, la questione dei convertiti. Ci sono, in Italia, tanti convertiti al cristianesimo, e anche laici che rischiano la vita perché non vengono accettati. Il libro racconta la vita di molte donne, che vivono come in catacombe nel silenzio del disinteresse.
Parla di persone che non si possono esprimere liberamente. Eppure si tratta dell’Italia e quello che diceva padre Samir-Khalil è importante: «la nostra debolezza rinforza l’estremismo. Più siamo forti, maggiore sarà la possibilità di trovare una soluzione». Si tratta di un libro che consiglierei più ai cristiani che agli arabi, affinché si capisca che il convertito non potrà mai dire a un connazionale «mi sono convertito». Non potrà mai andare in Chiesa e non mostrerà mai la croce. Un ragazzo convertito mi ha detto: «la voglia che ho è quella di portare un domani la croce tranquillamente, senza avere qualcuno in Italia che mi faccia una fatwa».
La donna, secondo gli estremisti radicali, è una creatura sostanzialmente «impura», il suo corpo è impuro, perfino la sua mente è incompleta. Da tali pregiudizi scaturisce la necessità di marchiare la sua diversità e sottometterla al potere maschile. E qui torna la questione del velo. D’altra parte, il ritorno di fiamma del velo è parte di una complessa strategia di manipolazione della comunità musulmana con finalità antioccidentali. In Italia esiste dal 1975 una legge che vieta di girare con il volto completamente coperto. Negli ultimi anni il quesito se vietarlo, completamente o no, nei luoghi pubblici è tornato d’attualità. Ci si è limitati a porre la questione sul piano del «buon senso», fermandosi alla raccomandazione di consentire l’identificazione. Quindi, l’Italia si trova in una posizione mediana tra la laicità di Stati del tutto contrari al velo, Turchia, Tunisia e Marocco, e la tendenza teocratica, presente in Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Afghanistan, o presso i Fratelli Musulmani, che impone alla donne di coprirsi il volto.
Però, chi in Italia legittima in blocco l’uso e il significato del velo o addirittura lo magnifica o ne fa un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra di non avere ancora compreso quale sia la vera posta in gioco. Molti predicatori al servizio dell’Islam radicale sostengono che l’Italia tra dieci anni sarà islamizzata. Se queste sono le guide religiose che spadroneggiano nelle moschee del nostro Paese, non è solo della libertà delle donne musulmane che ci dobbiamo preoccupare. In gioco è la libertà di tutti. Bisogna, perciò, domandarsi: ma non è proprio il velo che incoraggia la discriminazione? Costituisce o no un ostacolo al processo di emancipazione e di integrazione dell’immigrazione femminile?
In primo luogo, è necessario aggirare i falsi problemi, impegnandosi a garantire il diritto delle giovani e giovanissime musulmane a coltivare liberamente il proprio pensiero e i propri convincimenti in tutti quei delicati passaggi d’età che precedono l’acquisizione della piena coscienza di sé, propria dell’età adulta. Ciò deve avvenire al riparo da forzature ideologiche che non hanno nulla a che fare con la natura dell’istituzione scolastica e che costringono le ragazze a rimanere lontane dai loro compagni di banco occidentali. In più, va considerato il rischio dell’emarginazione e di un difficile inserimento nella nostra società.
Se, da un lato, esiste l’ideologia di un non ben definito multiculturalismo che difende comportamenti criminali, dall’altro vi è il tragico vissuto di donne e uomini marchiati nell’anima e nel corpo da un radicalismo islamico che è pura barbarie, che è privazione di quegli essenziali principi di humanitas conquistati nei secoli a caro prezzo. Vi sono donne che ritengono persino un «lusso» poter raccontare quanto hanno subito, sapendo quante non hanno potuto farlo, pur vivendo in un Paese libero, perché la loro bocca è stata tempestivamente riempita di terra. Non so come possiamo insegnare ai nostri giovani a concepire una politica della giustizia, dopo i pessimi esempi di quanti usano coprire di dissimulazioni e di silenzio le tragedie della storia.
Mi riferisco ai falsi comportamenti che cercano di compiacere un elettorato infarcito di droga ideologica, di schemi astratti, tali da impedire di vedere la realtà nuda e cruda dei fatti, di accadimenti sanguinosi che si verificano nel quotidiano, abbattendosi su esseri umani, che non rappresentano l’altro, ma sono parte di noi in quanto esseri umani.
http://www.ilgiornale.it/interni/il_multiculturalismo_alibi_difendere_soprusi/08-03-2010/articolo-id=427699-page=1-comments=1
I musulmani di altre nazionalità presenti in numero significativo sono tunisini, algerini, egiziani. Se l’immigrato non sente questo Paese come qualcosa di suo, non sarà mai integrato, sarà sempre un escluso dalla società. Molta gente non vuole questa integrazione, in particolare gli estremisti islamici, insediati in Italia. Qui si accetta tutto. Gli estremisti rifiutano l’integrazione perché, se ciò avvenisse, non ci sarebbe più bisogno delle loro varie associazioni islamiche. Così si spiega il rifiuto di apprendere anche la lingua che, arrivando in un Paese nuovo, è la prima cosa da imparare. La condizione delle donne è drammatica. Valentina Colombo, Maria Giovanna Maglie, Valeria Coiante, Emilio Casalini e tanti altri giornalisti hanno scritto pagine e pagine sulla situazione femminile ed hanno portato alla ribalta attraverso inchieste di valore la questione della donna musulmana.
Le donne emigrate in Italia, all’inizio, sono piene di speranza. Perché pensano di migliorare decisamente la loro situazione. Ma qui trovano subito l’inferno, la segregazione, la reclusione, l’umiliazione, la violenza e, a volte, anche la morte.
Se ne sono perse tante così: sgozzate, come la ragazza di Bologna, ammazzata davanti alla figlia di due anni. E con il ricordo di tanto atroce esempio, la bambina impara da piccola cosa le potrebbe succedere un giorno, se solo le venisse in mente di vivere in modo occidentale. Secondo Giorgio Paolucci, giornalista di «Avvenire» in soli quattro anni la situazione femminile è migliorata sensibilmente: l’analfabetismo è passato dal 67 al 38%. Qui, in Italia, invece l’80% delle donne restano analfabete e le condizioni di vita sono drammatiche. Giorgio Paolucci, assieme a Camille Eid, hanno anche toccato, in una loro recente opera1, la questione dei convertiti. Ci sono, in Italia, tanti convertiti al cristianesimo, e anche laici che rischiano la vita perché non vengono accettati. Il libro racconta la vita di molte donne, che vivono come in catacombe nel silenzio del disinteresse.
Parla di persone che non si possono esprimere liberamente. Eppure si tratta dell’Italia e quello che diceva padre Samir-Khalil è importante: «la nostra debolezza rinforza l’estremismo. Più siamo forti, maggiore sarà la possibilità di trovare una soluzione». Si tratta di un libro che consiglierei più ai cristiani che agli arabi, affinché si capisca che il convertito non potrà mai dire a un connazionale «mi sono convertito». Non potrà mai andare in Chiesa e non mostrerà mai la croce. Un ragazzo convertito mi ha detto: «la voglia che ho è quella di portare un domani la croce tranquillamente, senza avere qualcuno in Italia che mi faccia una fatwa».
La donna, secondo gli estremisti radicali, è una creatura sostanzialmente «impura», il suo corpo è impuro, perfino la sua mente è incompleta. Da tali pregiudizi scaturisce la necessità di marchiare la sua diversità e sottometterla al potere maschile. E qui torna la questione del velo. D’altra parte, il ritorno di fiamma del velo è parte di una complessa strategia di manipolazione della comunità musulmana con finalità antioccidentali. In Italia esiste dal 1975 una legge che vieta di girare con il volto completamente coperto. Negli ultimi anni il quesito se vietarlo, completamente o no, nei luoghi pubblici è tornato d’attualità. Ci si è limitati a porre la questione sul piano del «buon senso», fermandosi alla raccomandazione di consentire l’identificazione. Quindi, l’Italia si trova in una posizione mediana tra la laicità di Stati del tutto contrari al velo, Turchia, Tunisia e Marocco, e la tendenza teocratica, presente in Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Afghanistan, o presso i Fratelli Musulmani, che impone alla donne di coprirsi il volto.
Però, chi in Italia legittima in blocco l’uso e il significato del velo o addirittura lo magnifica o ne fa un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra di non avere ancora compreso quale sia la vera posta in gioco. Molti predicatori al servizio dell’Islam radicale sostengono che l’Italia tra dieci anni sarà islamizzata. Se queste sono le guide religiose che spadroneggiano nelle moschee del nostro Paese, non è solo della libertà delle donne musulmane che ci dobbiamo preoccupare. In gioco è la libertà di tutti. Bisogna, perciò, domandarsi: ma non è proprio il velo che incoraggia la discriminazione? Costituisce o no un ostacolo al processo di emancipazione e di integrazione dell’immigrazione femminile?
In primo luogo, è necessario aggirare i falsi problemi, impegnandosi a garantire il diritto delle giovani e giovanissime musulmane a coltivare liberamente il proprio pensiero e i propri convincimenti in tutti quei delicati passaggi d’età che precedono l’acquisizione della piena coscienza di sé, propria dell’età adulta. Ciò deve avvenire al riparo da forzature ideologiche che non hanno nulla a che fare con la natura dell’istituzione scolastica e che costringono le ragazze a rimanere lontane dai loro compagni di banco occidentali. In più, va considerato il rischio dell’emarginazione e di un difficile inserimento nella nostra società.
Se, da un lato, esiste l’ideologia di un non ben definito multiculturalismo che difende comportamenti criminali, dall’altro vi è il tragico vissuto di donne e uomini marchiati nell’anima e nel corpo da un radicalismo islamico che è pura barbarie, che è privazione di quegli essenziali principi di humanitas conquistati nei secoli a caro prezzo. Vi sono donne che ritengono persino un «lusso» poter raccontare quanto hanno subito, sapendo quante non hanno potuto farlo, pur vivendo in un Paese libero, perché la loro bocca è stata tempestivamente riempita di terra. Non so come possiamo insegnare ai nostri giovani a concepire una politica della giustizia, dopo i pessimi esempi di quanti usano coprire di dissimulazioni e di silenzio le tragedie della storia.
Mi riferisco ai falsi comportamenti che cercano di compiacere un elettorato infarcito di droga ideologica, di schemi astratti, tali da impedire di vedere la realtà nuda e cruda dei fatti, di accadimenti sanguinosi che si verificano nel quotidiano, abbattendosi su esseri umani, che non rappresentano l’altro, ma sono parte di noi in quanto esseri umani.
http://www.ilgiornale.it/interni/il_multiculturalismo_alibi_difendere_soprusi/08-03-2010/articolo-id=427699-page=1-comments=1
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