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Intolleranza: La classifica della violenza religiosa
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270810
Intolleranza: La classifica della violenza religiosa
La classifica della violenza religiosa
di Raffaele Carcano*
Come hanno mostrato Nick Hornby e l’IFFHS, all’umanità piace redigere e commentare ogni tipo di classifica, anche la più strampalata. Anche gli increduli non si sottraggono a questo passatempo, dedicandosi periodicamente a cercare di stabilire quale sia la religione peggiore. C’è chi ha risolto la questione con un moto di spirito («Le religioni non sono tutte uguali, sono ognuna peggiore dell’altra»), e c’è chi dedica settimane a disputare con i sostenitori dell’opinione opposta. Perché, alla fine, la controversia viene sempre ristretta a due sole fedi: l’islam e il cristianesimo. Con l’aggiunta, talvolta, di un terzo monoteismo, l’ebraismo.
Non c’è, ovviamente, alcun criterio oggettivo per stabilire quali requisiti debba avere la religione «pessima». Si tende, in genere, a far riferimento alla pratica della violenza, interna ed esterna, ma anche in questo caso non è facile fissare graduatorie: l’islam è stato molto più tollerante nei confronti dei non musulmani quando aveva un impero conquistato con le armi di quanto lo sia ora negli stati, anche minuscoli, in cui predomina; il cristianesimo non ha avuto alcuna pietà per il dissenso interno per quasi un millennio e mezzo, ma è indubbio che libertà religiosa e laicità siano concetti nati in paesi a predominanza cristiana. Se anziché alla storia ci si rifà ai testi sacri, la sostanza non cambia: Bibbia e Corano contengono tutto e il contrario di tutto, e infatti sono stati oggetto di infinite interpretazioni sia tolleranti, sia (molto più spesso) intolleranti. La conversione dell’intera umanità è pretesa sia dal Vecchio Testamento (Is 46,20-25), sia dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,16), sia dal Corano (8,38-40), ed è stata perseguita con la spada da tutti gli eserciti (giudei, cristiani, musulmani) che si sono in seguito rifatti a quelle parole. Anche la pena di morte per gli apostati, supportata da parole contenute nei libri (ritenuti) sacri, è stata prevista, comminata ed eseguita da rappresentanti di tutti e tre i ‘grandi’ (?) monoteismi. Ma anche il mazdeismo – da cui tutti e tre, direttamente o indirettamente, discendono – supportò campagne espansioniste basate sulla richiesta di Zarathustra di convertire l’umanità. E il simbolo più diffuso della religione sikh, il terzo monoteismo più diffuso del pianeta, è una spada a doppio taglio: i suoi fedeli devono indossare un pugnare rituale, e devotamente lo indossano.
Del resto, è vero che l’islam assicurò tolleranza, ma i non-musulmani dovevano pagare robuste tasse al califfato: quando cominciarono le conversioni interessate di chi non voleva più pagare imposte, le persecuzioni si intensificarono. Come è pure vero che libertà religiosa e laicità non furono certo volute dalla Chiesa: furono piuttosto un effetto collaterale della Riforma, e nemmeno immediato (il XVI secolo fu l’epoca in cui le Inquisizioni, quella cattolica e quelle protestanti, diedero il peggio di sé): la loro diffusione fu dovuta, all’inizio, alla convivenza forzata di confessioni cristiane di equivalenti dimensioni, e poi dalla decisione autocratica di sovrani illuminati, che apprezzarono i vantaggi che assicuravano.
La realtà è che homo sapiens è una specie capace di ‘accendersi’ facilmente, come mostra l’esperienza di molte riunioni condominiali: e l’appartenenza al gruppo enfatizza questa brutta eredità biologica. Accade ai tifosi di una squadra di calcio come ai ‘pacifici’ buddhisti (lo zen costituì un formidabile propellente delle avventure militari giapponesi), e può in teoria accadere ai soci UAAR così come ai membri di una bocciofila. Nessuna comunità è deterministicamente immune da qualche sbocco di violenza: inutile stilare classifiche, serve semmai capire come prevenirli.
La strada migliore è, probabilmente, pretendere e valorizzare quelle organizzazioni che assicurano già al loro interno democrazia e libertà di espressione, e che non si fanno promotrici di concezioni intolleranti nei confronti di chi non ne fa parte. Chi fa propri certi valori già a casa propria sarà infatti più ‘allenato’ a praticarli anche all’esterno. È una scelta, questa, che spetterebbe alle istituzioni fare, visto che in gioco ci sono principi costituzionalmente affermati, ma che è difficile che possa essere compiuta, in Italia, da partiti che sembrano prediligere la rissa e privilegiare la carriera di chi è più bravo di altri nell’alzare la voce durante i dibattiti in tv.
Le religioni non sono meglio: le posizioni estremiste sembrano essere più premianti. La ‘base’ sembra invece più tranquilla, almeno di default: non esistessero gli incendiari, si avrebbero probabilmente molti meno incendi. La maggior parte dei devoti (non solo cristiani) non prende nemmeno parte al culto settimanale, e questo già prova, di per sé, che l’integralismo è fenomeno di minoranza. La circostanza trova tuttavia riscontro anche nelle ricerche sociologiche: il World Values Survey, condotto tra il 2005 e il 2008 in 57 paesi di tutti e cinque i continenti, mostra che due terzi del campione concorda con l’affermazione che i leader religiosi non dovrebbero influenzare il voto, mentre soltanto il 15,7% si è dichiarato in disaccordo. La medesima domanda, riferita però al governo, ha dato risultati analoghi: il 64,4% d’accordo, il 18,6% in disaccordo. La palma di nazione con la popolazione più laica è andata, in entrambe le inchieste, a Taiwan (87,8% e 84,5% rispettivamente), seguita dalla Norvegia e, a sorpresa, dalla Polonia. La palma di popolazione meno laica è andata agli Stati Uniti (39,6% e 50,7% rispettivamente), seguita da Messico e Perù. Il parere del campione raccolto negli stati a prevalenza musulmana ha evidenziato un disaccordo ‘medio’: per la cronaca il 28,4% e il 25,2% in Marocco, il 17,7% e il 27,7% in Iran, Giordania 18,6% e 17,6%, Indonesia 10,8% e 26,1%, Mali 16,2%, Malaysia 8,8% e 13,7%, Turchia 9,2% e 11%.
Che lezione possiamo trarne? Che le popolazioni non sono più o meno integraliste a seconda della religione che professano. E che il pericolo viene quindi soprattutto da chi dà credito, fiducia e privilegi agli intolleranti. Si potrebbe dunque dire che la religione peggiore è quella i cui gli integralisti (presenti ovunque) trovano più credito nelle stanze del potere, non solo politico. E che ai non credenti, piuttosto che stilare classifiche, spetta semmai il compito di incalzare chi occupa quelle stanze e di convincerlo a cambiare strategia.
* Studioso della religione e dell’incredulità, curatore di Le voci della laicità, coautore di Uscire dal gregge, segretario UAAR
http://www.agoravox.it/La-classifica-della-violenza.html
di Raffaele Carcano*
Come hanno mostrato Nick Hornby e l’IFFHS, all’umanità piace redigere e commentare ogni tipo di classifica, anche la più strampalata. Anche gli increduli non si sottraggono a questo passatempo, dedicandosi periodicamente a cercare di stabilire quale sia la religione peggiore. C’è chi ha risolto la questione con un moto di spirito («Le religioni non sono tutte uguali, sono ognuna peggiore dell’altra»), e c’è chi dedica settimane a disputare con i sostenitori dell’opinione opposta. Perché, alla fine, la controversia viene sempre ristretta a due sole fedi: l’islam e il cristianesimo. Con l’aggiunta, talvolta, di un terzo monoteismo, l’ebraismo.
Non c’è, ovviamente, alcun criterio oggettivo per stabilire quali requisiti debba avere la religione «pessima». Si tende, in genere, a far riferimento alla pratica della violenza, interna ed esterna, ma anche in questo caso non è facile fissare graduatorie: l’islam è stato molto più tollerante nei confronti dei non musulmani quando aveva un impero conquistato con le armi di quanto lo sia ora negli stati, anche minuscoli, in cui predomina; il cristianesimo non ha avuto alcuna pietà per il dissenso interno per quasi un millennio e mezzo, ma è indubbio che libertà religiosa e laicità siano concetti nati in paesi a predominanza cristiana. Se anziché alla storia ci si rifà ai testi sacri, la sostanza non cambia: Bibbia e Corano contengono tutto e il contrario di tutto, e infatti sono stati oggetto di infinite interpretazioni sia tolleranti, sia (molto più spesso) intolleranti. La conversione dell’intera umanità è pretesa sia dal Vecchio Testamento (Is 46,20-25), sia dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,16), sia dal Corano (8,38-40), ed è stata perseguita con la spada da tutti gli eserciti (giudei, cristiani, musulmani) che si sono in seguito rifatti a quelle parole. Anche la pena di morte per gli apostati, supportata da parole contenute nei libri (ritenuti) sacri, è stata prevista, comminata ed eseguita da rappresentanti di tutti e tre i ‘grandi’ (?) monoteismi. Ma anche il mazdeismo – da cui tutti e tre, direttamente o indirettamente, discendono – supportò campagne espansioniste basate sulla richiesta di Zarathustra di convertire l’umanità. E il simbolo più diffuso della religione sikh, il terzo monoteismo più diffuso del pianeta, è una spada a doppio taglio: i suoi fedeli devono indossare un pugnare rituale, e devotamente lo indossano.
Del resto, è vero che l’islam assicurò tolleranza, ma i non-musulmani dovevano pagare robuste tasse al califfato: quando cominciarono le conversioni interessate di chi non voleva più pagare imposte, le persecuzioni si intensificarono. Come è pure vero che libertà religiosa e laicità non furono certo volute dalla Chiesa: furono piuttosto un effetto collaterale della Riforma, e nemmeno immediato (il XVI secolo fu l’epoca in cui le Inquisizioni, quella cattolica e quelle protestanti, diedero il peggio di sé): la loro diffusione fu dovuta, all’inizio, alla convivenza forzata di confessioni cristiane di equivalenti dimensioni, e poi dalla decisione autocratica di sovrani illuminati, che apprezzarono i vantaggi che assicuravano.
La realtà è che homo sapiens è una specie capace di ‘accendersi’ facilmente, come mostra l’esperienza di molte riunioni condominiali: e l’appartenenza al gruppo enfatizza questa brutta eredità biologica. Accade ai tifosi di una squadra di calcio come ai ‘pacifici’ buddhisti (lo zen costituì un formidabile propellente delle avventure militari giapponesi), e può in teoria accadere ai soci UAAR così come ai membri di una bocciofila. Nessuna comunità è deterministicamente immune da qualche sbocco di violenza: inutile stilare classifiche, serve semmai capire come prevenirli.
La strada migliore è, probabilmente, pretendere e valorizzare quelle organizzazioni che assicurano già al loro interno democrazia e libertà di espressione, e che non si fanno promotrici di concezioni intolleranti nei confronti di chi non ne fa parte. Chi fa propri certi valori già a casa propria sarà infatti più ‘allenato’ a praticarli anche all’esterno. È una scelta, questa, che spetterebbe alle istituzioni fare, visto che in gioco ci sono principi costituzionalmente affermati, ma che è difficile che possa essere compiuta, in Italia, da partiti che sembrano prediligere la rissa e privilegiare la carriera di chi è più bravo di altri nell’alzare la voce durante i dibattiti in tv.
Le religioni non sono meglio: le posizioni estremiste sembrano essere più premianti. La ‘base’ sembra invece più tranquilla, almeno di default: non esistessero gli incendiari, si avrebbero probabilmente molti meno incendi. La maggior parte dei devoti (non solo cristiani) non prende nemmeno parte al culto settimanale, e questo già prova, di per sé, che l’integralismo è fenomeno di minoranza. La circostanza trova tuttavia riscontro anche nelle ricerche sociologiche: il World Values Survey, condotto tra il 2005 e il 2008 in 57 paesi di tutti e cinque i continenti, mostra che due terzi del campione concorda con l’affermazione che i leader religiosi non dovrebbero influenzare il voto, mentre soltanto il 15,7% si è dichiarato in disaccordo. La medesima domanda, riferita però al governo, ha dato risultati analoghi: il 64,4% d’accordo, il 18,6% in disaccordo. La palma di nazione con la popolazione più laica è andata, in entrambe le inchieste, a Taiwan (87,8% e 84,5% rispettivamente), seguita dalla Norvegia e, a sorpresa, dalla Polonia. La palma di popolazione meno laica è andata agli Stati Uniti (39,6% e 50,7% rispettivamente), seguita da Messico e Perù. Il parere del campione raccolto negli stati a prevalenza musulmana ha evidenziato un disaccordo ‘medio’: per la cronaca il 28,4% e il 25,2% in Marocco, il 17,7% e il 27,7% in Iran, Giordania 18,6% e 17,6%, Indonesia 10,8% e 26,1%, Mali 16,2%, Malaysia 8,8% e 13,7%, Turchia 9,2% e 11%.
Che lezione possiamo trarne? Che le popolazioni non sono più o meno integraliste a seconda della religione che professano. E che il pericolo viene quindi soprattutto da chi dà credito, fiducia e privilegi agli intolleranti. Si potrebbe dunque dire che la religione peggiore è quella i cui gli integralisti (presenti ovunque) trovano più credito nelle stanze del potere, non solo politico. E che ai non credenti, piuttosto che stilare classifiche, spetta semmai il compito di incalzare chi occupa quelle stanze e di convincerlo a cambiare strategia.
* Studioso della religione e dell’incredulità, curatore di Le voci della laicità, coautore di Uscire dal gregge, segretario UAAR
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