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Il Mediterraneo sotto stress, da 100 milioni di anni
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Il Mediterraneo sotto stress, da 100 milioni di anni
Messina - Un terremoto significativo, avvertito fino alla costa ionica della Sicilia, di magnitudo 4.6 verificatosi a circa 13 Km di profondità crostale. Stiamo parlando del sisma che ha colpito l’arcipelago delle Eolie il 16 agosto scorso e che ha provocato una frana a Lipari nella Valle Muria, senza, fortunatamente, provocare morti e ingenti danni.
Vulcanologi e geologi di tutta Italia, monitorano costantemente l’area da quando nel 2002, 20 mln di metri cubi di roccia vulcanica crollò in mare provocando uno tsunami. Perché è successo dunque tutto quanto abbiamo letto in questi giorni nell’arcipelago eoliano? Cosa scatena e ha scatenato tutto ciò?
La geologia è una scienza indiziaria, perché si basa sulla interpretazione di quanto la dinamica della terra porta sotto ai nostri occhi, ed è da lì che il geologo parte per i suoi studi. Da circa 100 mln di anni, a causa dell’apertura dell’oceano Atlantico, il bacino tirrenico è sottoposto a stress a causa di quanto accade nel bacino del Mediterraneo. Qui, la grossa zattera sulla quale poggiano terre e mari denominata “placca africana”, si scontra con quella euroasiatica, la quale ruota su un polo di rotazione localizzato al largo del Marocco (Dewey et al., 1989).
In buona sostanza, succede che la crosta oceanica che sta in mezzo alle due placche, essendo fatta da materiale più pesante della crosta di cui sono formati i continenti, tende a scorrervi al di sotto. Ecco formarsi un arco magmatico tra l’Oligocene ed il Miocene (34 e 13 mln di anni or sono, Beccaluva et al., 1994) i cui prodotti affiorano oggi in Provenza, in Corsica ed in Sardegna, unite in quel periodo all’attuale territorio francese. A partire dal Quaternario (circa 2 mln di anni fa), si è osservata la formazione e lo sviluppo di un nuovo arco magmatico costituito dai prodotti vulcanici delle isole Eolie.
Questo scenario provoca oltreché l’eruzione dei vulcani attivi dell’area, anche i terremoti come quello appena trascorso. I terremoti,a loro volta, possono scatenare, come già successo a Lipari, delle frane. A questo punto occorre parlare di pericolosità geologica, cioè della probabilità che si verifichi un evento distruttivo in un determinato periodo di tempo e in una specifica area.
In base ai prodotti vulcanici eiettati e alla geomorfologia dei siti, riscontriamo diversi scenari di pericolosità geologica, in altre parole, laddove abbiamo prodotti vulcanici fatti da elementi terrosi, definiti piroclastici, parliamo di colate di detrito (il caso di Giampilieri, tanto per capirci). Invece, dove prevalgono le rocce vulcaniche, abbiamo le frane da crollo e ribaltamento di blocchi rocciosi.
Eruzioni vulcaniche, terremoti e frane, sono dunque i principali rischi che si possono evincere in questo spaccato di Sicilia tanto ambito dai turisti e che, nonostante questo evento sismico non proprio leggero, ha dato prova di possedere, come ha ricordato il presidente dei geologi isolani Gian Vito Graziano, un territorio sostanzialmente ben pianificato.
I terremoti e i vulcani, dunque, impongono una seria riflessione per quanto concerne la mitigazione dei rischi naturali ma non sempre, ahimé, si trova sponda nella classe politica.
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Vulcanologi e geologi di tutta Italia, monitorano costantemente l’area da quando nel 2002, 20 mln di metri cubi di roccia vulcanica crollò in mare provocando uno tsunami. Perché è successo dunque tutto quanto abbiamo letto in questi giorni nell’arcipelago eoliano? Cosa scatena e ha scatenato tutto ciò?
La geologia è una scienza indiziaria, perché si basa sulla interpretazione di quanto la dinamica della terra porta sotto ai nostri occhi, ed è da lì che il geologo parte per i suoi studi. Da circa 100 mln di anni, a causa dell’apertura dell’oceano Atlantico, il bacino tirrenico è sottoposto a stress a causa di quanto accade nel bacino del Mediterraneo. Qui, la grossa zattera sulla quale poggiano terre e mari denominata “placca africana”, si scontra con quella euroasiatica, la quale ruota su un polo di rotazione localizzato al largo del Marocco (Dewey et al., 1989).
In buona sostanza, succede che la crosta oceanica che sta in mezzo alle due placche, essendo fatta da materiale più pesante della crosta di cui sono formati i continenti, tende a scorrervi al di sotto. Ecco formarsi un arco magmatico tra l’Oligocene ed il Miocene (34 e 13 mln di anni or sono, Beccaluva et al., 1994) i cui prodotti affiorano oggi in Provenza, in Corsica ed in Sardegna, unite in quel periodo all’attuale territorio francese. A partire dal Quaternario (circa 2 mln di anni fa), si è osservata la formazione e lo sviluppo di un nuovo arco magmatico costituito dai prodotti vulcanici delle isole Eolie.
Questo scenario provoca oltreché l’eruzione dei vulcani attivi dell’area, anche i terremoti come quello appena trascorso. I terremoti,a loro volta, possono scatenare, come già successo a Lipari, delle frane. A questo punto occorre parlare di pericolosità geologica, cioè della probabilità che si verifichi un evento distruttivo in un determinato periodo di tempo e in una specifica area.
In base ai prodotti vulcanici eiettati e alla geomorfologia dei siti, riscontriamo diversi scenari di pericolosità geologica, in altre parole, laddove abbiamo prodotti vulcanici fatti da elementi terrosi, definiti piroclastici, parliamo di colate di detrito (il caso di Giampilieri, tanto per capirci). Invece, dove prevalgono le rocce vulcaniche, abbiamo le frane da crollo e ribaltamento di blocchi rocciosi.
Eruzioni vulcaniche, terremoti e frane, sono dunque i principali rischi che si possono evincere in questo spaccato di Sicilia tanto ambito dai turisti e che, nonostante questo evento sismico non proprio leggero, ha dato prova di possedere, come ha ricordato il presidente dei geologi isolani Gian Vito Graziano, un territorio sostanzialmente ben pianificato.
I terremoti e i vulcani, dunque, impongono una seria riflessione per quanto concerne la mitigazione dei rischi naturali ma non sempre, ahimé, si trova sponda nella classe politica.
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