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Tahar Adnan, un poeta contemporaneo
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240710
Tahar Adnan, un poeta contemporaneo
Taha Adnan è un poeta e letterato di origine marocchine ma residente in Belgio. Oggi è un apprezzato autore che pubblica molte raccolte poetiche una tra le più famose è “Je hais l’amour”. Nelle sue opere un tema è costante: il tema dell’esilio, dell’emigrazione.
Nel suo saggio “De l’Exil comme plus qu’une Patrie” (réflexions sur l’écriture et l’exil) Taha Adnan ripercorre la sua storia personale soffermandosi sul concetto di esilio e su come esso si sia evoluto nel corso deltempo.
Come tanti altri giovani universitari della sua età, non deve sorprendere che anche l’autore in questione sia stato affascinato dalle tesi rivoluzionarie e da chi voleva sovvertire il regime. Da questa prospettiva i giovani non hanno passaporti e non ci sono differenze: a quell’età, in ogni angolo del mondo, si pensa di poter cambiare il mondo e di creare una società migliore e più giusta. Anche il nostro autore lo pensava, ma poi, come spesso accade, ci si imbatte nella realtà dei fatti e subentra l’illusione che tutti quegli ideali che si sono inseguiti non serviranno a niente. Confrontandosi con una realtà dura e difficile, l’unica via di scampo resta l’emigrazione. Emigrare diventa una necessità e l’esilio non viene più visto come una sofferenza, anzi la vera sofferenza, la vera pena diventa la Patria (“Bruxelles est un réfuge et non pas un exil. La Patrie fut l’ exil le plus apre »).Parlare di esilio con una concezione troppo « romantica » nell’epoca dei telefoni cellulari, di internet, delle televisioni satellitari, sarebbe alquanto obsoleto.Per il nostro poeta, inoltre, Bruxelles ha qualcosa di familiare, dal momento che la metà della sua popolazione parla l’amata lingua francese. La lingua è anche il modo per familiarizzare più presto con il Paese ospitante. Lo stesso Adnan afferma che probabilmente non avrebbe raggiunto gli stessi risultati se non avesse avuto una certa padronanza della lingua.
Ma il concetto dell’esilio, sebbene possa sembrare moderno, è molto antico e affonda le sue radici in tutta quella letteratura lacrimosa e nostalgica dei vecchi scrittori e poeti.
Invece, molto più prosaicamente, Adnan afferma che il vero esilio, vissuto in Patria così come all’estero risiede nella ristrettezza economica: “Etre sans le sou. Tel est le véritable exil.”
Questo non significa che l’autore in questione non abbia dei sentimenti d’amore verso il proprio paese d’origine, ma sono dei sentimenti alleggeriti da quella dimensione aulica e retorica di una certa poesie ; sono dei sentimenti lontani da una certa dimensione simbolica e filosofica, essi risiedono bensì nei piccoli dettagli che rievocano malinconicamente quello che si è abbandonato. Il proprio Paese allora ritorna in maniera preponderante quando: “si ascoltano le ferventi preghiere per me da parte di mia madre al telefono; le lacrime di mia nonna il giorno dell’addio; il profumo del couscous alla carne e ai dieci legumi; gli undici giocatori della nazionale di cui basta che uno segni un goal per trasformarci tutti in pazzi, come degli indiani che esorcizzano gli spiriti maligni attorno alla tenda della tribù; la canzone “Marrakesh piccola rosa tra i palmeti” che viene emessa dalle radio del parrucchiere del “Quartier Midi” in cui si concentrano gli immigrati marocchini, sempre vicini alla stazione come se fossero pronti ad un viaggio imminente; il brivido che mi attraversa il corpo quando ascolto la canzone “fratello dove mi porti?” del gruppo Nass El Ghiwane; l’abbaiare notturno dei cani; il canto dei cani all’alba ed infine il richiamo alla preghiera”
La condizione di trovarsi in esilio si percepisce dunque più nei piccoli dettagli come una canzone, la voce di un familiare al telefono, un cibo molto amato, una partita di calcio, la preghiera. E’ in queste piccole cose più che nelle grandi rappresentazioni teoriche che, secondo il nostro poeta Taha Adnan, emerge l’anima pulsante dell’esiliato.
http://cultura.mondoraro.org/2010/07/22/taha-adnan-un-poeta-contemporaneo/
Nel suo saggio “De l’Exil comme plus qu’une Patrie” (réflexions sur l’écriture et l’exil) Taha Adnan ripercorre la sua storia personale soffermandosi sul concetto di esilio e su come esso si sia evoluto nel corso deltempo.
Come tanti altri giovani universitari della sua età, non deve sorprendere che anche l’autore in questione sia stato affascinato dalle tesi rivoluzionarie e da chi voleva sovvertire il regime. Da questa prospettiva i giovani non hanno passaporti e non ci sono differenze: a quell’età, in ogni angolo del mondo, si pensa di poter cambiare il mondo e di creare una società migliore e più giusta. Anche il nostro autore lo pensava, ma poi, come spesso accade, ci si imbatte nella realtà dei fatti e subentra l’illusione che tutti quegli ideali che si sono inseguiti non serviranno a niente. Confrontandosi con una realtà dura e difficile, l’unica via di scampo resta l’emigrazione. Emigrare diventa una necessità e l’esilio non viene più visto come una sofferenza, anzi la vera sofferenza, la vera pena diventa la Patria (“Bruxelles est un réfuge et non pas un exil. La Patrie fut l’ exil le plus apre »).Parlare di esilio con una concezione troppo « romantica » nell’epoca dei telefoni cellulari, di internet, delle televisioni satellitari, sarebbe alquanto obsoleto.Per il nostro poeta, inoltre, Bruxelles ha qualcosa di familiare, dal momento che la metà della sua popolazione parla l’amata lingua francese. La lingua è anche il modo per familiarizzare più presto con il Paese ospitante. Lo stesso Adnan afferma che probabilmente non avrebbe raggiunto gli stessi risultati se non avesse avuto una certa padronanza della lingua.
Ma il concetto dell’esilio, sebbene possa sembrare moderno, è molto antico e affonda le sue radici in tutta quella letteratura lacrimosa e nostalgica dei vecchi scrittori e poeti.
Invece, molto più prosaicamente, Adnan afferma che il vero esilio, vissuto in Patria così come all’estero risiede nella ristrettezza economica: “Etre sans le sou. Tel est le véritable exil.”
Questo non significa che l’autore in questione non abbia dei sentimenti d’amore verso il proprio paese d’origine, ma sono dei sentimenti alleggeriti da quella dimensione aulica e retorica di una certa poesie ; sono dei sentimenti lontani da una certa dimensione simbolica e filosofica, essi risiedono bensì nei piccoli dettagli che rievocano malinconicamente quello che si è abbandonato. Il proprio Paese allora ritorna in maniera preponderante quando: “si ascoltano le ferventi preghiere per me da parte di mia madre al telefono; le lacrime di mia nonna il giorno dell’addio; il profumo del couscous alla carne e ai dieci legumi; gli undici giocatori della nazionale di cui basta che uno segni un goal per trasformarci tutti in pazzi, come degli indiani che esorcizzano gli spiriti maligni attorno alla tenda della tribù; la canzone “Marrakesh piccola rosa tra i palmeti” che viene emessa dalle radio del parrucchiere del “Quartier Midi” in cui si concentrano gli immigrati marocchini, sempre vicini alla stazione come se fossero pronti ad un viaggio imminente; il brivido che mi attraversa il corpo quando ascolto la canzone “fratello dove mi porti?” del gruppo Nass El Ghiwane; l’abbaiare notturno dei cani; il canto dei cani all’alba ed infine il richiamo alla preghiera”
La condizione di trovarsi in esilio si percepisce dunque più nei piccoli dettagli come una canzone, la voce di un familiare al telefono, un cibo molto amato, una partita di calcio, la preghiera. E’ in queste piccole cose più che nelle grandi rappresentazioni teoriche che, secondo il nostro poeta Taha Adnan, emerge l’anima pulsante dell’esiliato.
http://cultura.mondoraro.org/2010/07/22/taha-adnan-un-poeta-contemporaneo/

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