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Festival Gnaoua Essaouira dal 24 al 27 giugno 2010
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190610
Festival Gnaoua Essaouira dal 24 al 27 giugno 2010
Dal 24 al 27 giugno 2010 Musica, danza e spiritualità. Sono questi gli ingredienti che anche quest’anno, da giovedì prossimo e per cinque giorni, faranno di Essaouira – la città marocchina, patrimonio dell’Unesco – la capitale della musica Gnaoua, quella che affonda le sue radici nei ritmi ancestrali africani e nelle tradizioni musicali berbera e araba. Protagonista di questa tredicesima edizione sarà il sufismo, in particolare quello pachistano, rappresentato da uno dei suoi interpreti migliori, Faiz Ali Faiz, esponente di punta della musica Qawwal. Fu il Gnaoua, che arrivò in Marocco portato dagli schiavi neri, ad attirare alla fine degli anni Sessanta Jimi Hendrix – il profeta psichedelico sbarcò nella città che era uno dei quartier generali degli hippies in Marocco, l’altro era la poco distante Marrakech – che viaggiava alla ricerca delle sue radici africane, da condividere con i Maalem, i maestri della confraternita gnaoua, i ritmi del guenbrì, delle nacchere in ferro, dei tamburi. Più di quarant’anni dopo il Gnaoua ha subito molte contaminazioni, rock, reggae, jazz, qawwal. I suoi aspetti mistici hanno ceduto allo spettacolo che per cinque giorni popola le piazze, il porto e gli affascinanti bastioni della città. E’ su questi bastioni che Orson Welles nel 1951 decise di girare il suo Otello, il dramma che Shakespeare immaginò nella Cipro assediata dai turchi. Essaouira ha sempre avuto un richiamo magnetico per gli artisti inquieti. In quegli anni approdarono in città anche Tennessee Williams e Antoine de Saint Exupery, Paul Bowles e Allen Ginsberg. Negli anni Sessanta a Hendrix seguirono i Rolling Stones, nel 1969 Julian Beck vi portò il suo Living Theatre. E poi Crosby, Stills, Nash & Young, Leonard Cohen, Cat Stevens e Frank Zappa. E i pellegrinaggi di coloro che allora come oggi viaggiavano alla ricerca di esperienze mistiche, alla ricerca dell’origine della musica non si sono più fermati.
http://scuto.blogautore.repubblica.it/2010/06/18/appuntamento-a-essaouira/

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Incapervinca- Admin
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Località: Marocco
Festival Gnaoua Essaouira dal 24 al 27 giugno 2010 :: Commenti
(AGIAFRO) - Essaouira, 18 giu. - Musica, poesia, danza e spiritualita' sufi saranno protagoniste della tredicesima edizione del 'Festival Gnaoua e delle Musiche del Mondo', che si apre giovedi' a Essaouira, nel sud del Marocco. 'Gnaoua' e' un termine usato nel Maghreb per designare gli antichi schiavi neri originari dall'Africa sub sahariana. La musica 'gnaoua' affonda le radici nei ritmi ancestrali africani e nelle tradizioni musicali berbera e araba. Al centro del programma di quest'anno sara' il sufismo pachistano, rappresentato da uno dei suoi interpreti piu' puri, Faiz Ali Faiz, grande virtuoso della musica Qawwal. Un'altra star sara' il chitarrista francese Thierry 'Titi' Robin, che da anni approfondisce le musiche del mondo. Alla manifestazione sara' rappresentata anche la nuova generazione di artisti sufi, tra i quali il marocchino Moulay Hassan e il tunisino Dhafer Youssef.
Marocco freak, rap e illuminato
La scena maghrebina si rivela nelle quattro giornate del festival Gnaoua. Una manifestazione che non è un artificio perché la musica è nel dna di Essaouira. I suoni di Oba Oba Spirit, OHaoussa, Darga, l'hip hop barricadero degli H. Kaine e la danza degli americani Step Afrika risuonano nelle lunghe notti rituali
Strano destino quello di Essaouira. Una cittadina che di giorno rimbalza e rifrange centinaia di colori, deve la sua notorietà planetaria a un rituale notturno. A svelare Mogador (come la chiamavano gli spagnoli) non bastano le sue gallerie d'arte, i suoi hammam, il suo suq speziato, il suo porticciolo che ogni mattina celebra il teatrino del ritorno dei pescherecci pedinati dai gabbiani. A spiegare questo luogo luminoso e speciale, affacciato sull'oceano e sferzato dagli alisei, ci vuole la notte. Un particolare tipo di notte, la «lila», la notte rituale dei musicisti Gnaoua, ma anche quella pagana e ludica dei ragazzi marocchini più freak che nei giorni del festival Gnaoua invadono la spiaggia per dormire, fumare e seguire i concerti delle star della nuova generazione musicale del Maghreb: Oba Oba Spirit, Haoussa, H-Kaine, Darga... Ascoltare il Maâlem Rachid El Hamzaoui slappare con forza sul suo guimbri, il basso a tre corde che è lo strumento sacro di questa confraternita, e incitare i suonatori di raqs (le nacchere metalliche) a una danza sempre più frenetica e ossessiva è un'esperienza che apre le porte della percezione.
La Zaouia Gnaoua dove è stata celebrata la «lila» sabato sera è una specie di casa con un cortile interno, un riad adibito alle cerimonie come la Zaouia Hmadcha, altro luogo scelto per queste pratiche musicali che vanno avanti per ore e ore e trovano nel Gnaoua Festival il suo zenith di notorietà e di frequentazione. Anche il popolo della spiaggia però è emblematico. Una fotografia del nuovo Marocco, scattata in questa città che da sempre viene definita la San Francisco del Maghreb per la sua attitudine tollerante e libertaria, un'esprit illuminato che negli anni sessanta aveva già attirato tanti rockers e scrittori occidentali. I giovani e gli adolescenti sono interessati al rap barricadero degli H-Kaine, crew hip hop di Meknés che parla spesso di temi sociali e di politica, ma sono anche infatuati della musica Gnaoua al punto che negli angoli del suq o nel marciapiede che costeggia le mura fortificate si trovano drappelli di musicisti di strada, con giovanissimi pretendenti maâlem (maestri) che improvvisano interminabili sessions armati di guimbri, raqs e voci. Il festival vero e proprio è giunto alla sua tredicesima edizione.
Un festival che non è un artificio, perché la musica gnaoua fa davvero parte del dna di questa cittadina, e che allo stesso tempo ha allargato a dismisura il numero degli «adepti», grazie alla sua forza propositiva e alla sua spregiudicatezza artistica. Gli adepti con passaporto sono i musicisti guidati dai vari maâlem che per l'occasione arrivano non solo da Essaouira, ma anche da Casablanca, Rabat, Tangeri, Marrakech...: mettono in scena il cerimoniale misterico di questa etnia che ha meticciato riti ancestrali degli schiavi africani, cultura berbera e islam. Quelli senza passaporto sono gli artisti coinvolti nel cast del festival per contaminare ulteriormente questa musica che si presta evidentemente molto bene a fungere da scheletro, da perno ritmico, da tavolozza. Varie declinazioni di questa attitudine esemplificate dai concerti fissati in Place Moulay Hassan: l'Armenian Navy Band capitanata dal percussionista e vocalist Arto Tunçboyaciyan che si «accoppia» fertilmente con il gruppo gnaoua guidato dal giovane Maâlem Hassan Boussou, il gruppo di danza statunitense Step Afrika che applica i passi dello stepping alle fibrillazioni ritmiche del guimbri del Maâlem Moustapha Bakbou, il cantante pakistano Faiz Ali Faiz e il mandolinista francese Titi Robin che dopo aver sposato i propri differenti mondi musicali trovano la forza e l'ispirazione per aggiungere anche il suono acre del mizmar (una sorta di oboe di origine egiziana), perno timbrico di ogni esternazione sonora degli Issaoua di Meknés.
«Si è celebrata una vera e propria fusione - ha dichiarato il pianista jazz Scott Kinsey, altro convitato dell'edizione 2010 - anche se non riuscirei a definirla con schemi musicali o con bozzetti teorici». La notte fa la sua parte in questo gioco di concessioni e di svelamenti, ma c'è anche una disponibilità di fondo dei musicisti che si avvicinano a questa cultura cosi forte e vivificata con un rispetto che evidentemente protegge la caratura di esperimenti sulla carta spericolati. «La musica è una questione di linguaggi più che di dialetti - notava Pat Metheny in una delle edizioni passate - noi e i Gnaoua non parliamo lo stesso dialetto, ma parliamo la stessa lingua». ESSAOUIRA
Strano destino quello di Essaouira. Una cittadina che di giorno rimbalza e rifrange centinaia di colori, deve la sua notorietà planetaria a un rituale notturno. A svelare Mogador (come la chiamavano gli spagnoli) non bastano le sue gallerie d'arte, i suoi hammam, il suo suq speziato, il suo porticciolo che ogni mattina celebra il teatrino del ritorno dei pescherecci pedinati dai gabbiani. A spiegare questo luogo luminoso e speciale, affacciato sull'oceano e sferzato dagli alisei, ci vuole la notte. Un particolare tipo di notte, la «lila», la notte rituale dei musicisti Gnaoua, ma anche quella pagana e ludica dei ragazzi marocchini più freak che nei giorni del festival Gnaoua invadono la spiaggia per dormire, fumare e seguire i concerti delle star della nuova generazione musicale del Maghreb: Oba Oba Spirit, Haoussa, H-Kaine, Darga... Ascoltare il Maâlem Rachid El Hamzaoui slappare con forza sul suo guimbri, il basso a tre corde che è lo strumento sacro di questa confraternita, e incitare i suonatori di raqs (le nacchere metalliche) a una danza sempre più frenetica e ossessiva è un'esperienza che apre le porte della percezione.
La Zaouia Gnaoua dove è stata celebrata la «lila» sabato sera è una specie di casa con un cortile interno, un riad adibito alle cerimonie come la Zaouia Hmadcha, altro luogo scelto per queste pratiche musicali che vanno avanti per ore e ore e trovano nel Gnaoua Festival il suo zenith di notorietà e di frequentazione. Anche il popolo della spiaggia però è emblematico. Una fotografia del nuovo Marocco, scattata in questa città che da sempre viene definita la San Francisco del Maghreb per la sua attitudine tollerante e libertaria, un'esprit illuminato che negli anni sessanta aveva già attirato tanti rockers e scrittori occidentali. I giovani e gli adolescenti sono interessati al rap barricadero degli H-Kaine, crew hip hop di Meknés che parla spesso di temi sociali e di politica, ma sono anche infatuati della musica Gnaoua al punto che negli angoli del suq o nel marciapiede che costeggia le mura fortificate si trovano drappelli di musicisti di strada, con giovanissimi pretendenti maâlem (maestri) che improvvisano interminabili sessions armati di guimbri, raqs e voci. Il festival vero e proprio è giunto alla sua tredicesima edizione.
Un festival che non è un artificio, perché la musica gnaoua fa davvero parte del dna di questa cittadina, e che allo stesso tempo ha allargato a dismisura il numero degli «adepti», grazie alla sua forza propositiva e alla sua spregiudicatezza artistica. Gli adepti con passaporto sono i musicisti guidati dai vari maâlem che per l'occasione arrivano non solo da Essaouira, ma anche da Casablanca, Rabat, Tangeri, Marrakech...: mettono in scena il cerimoniale misterico di questa etnia che ha meticciato riti ancestrali degli schiavi africani, cultura berbera e islam. Quelli senza passaporto sono gli artisti coinvolti nel cast del festival per contaminare ulteriormente questa musica che si presta evidentemente molto bene a fungere da scheletro, da perno ritmico, da tavolozza. Varie declinazioni di questa attitudine esemplificate dai concerti fissati in Place Moulay Hassan: l'Armenian Navy Band capitanata dal percussionista e vocalist Arto Tunçboyaciyan che si «accoppia» fertilmente con il gruppo gnaoua guidato dal giovane Maâlem Hassan Boussou, il gruppo di danza statunitense Step Afrika che applica i passi dello stepping alle fibrillazioni ritmiche del guimbri del Maâlem Moustapha Bakbou, il cantante pakistano Faiz Ali Faiz e il mandolinista francese Titi Robin che dopo aver sposato i propri differenti mondi musicali trovano la forza e l'ispirazione per aggiungere anche il suono acre del mizmar (una sorta di oboe di origine egiziana), perno timbrico di ogni esternazione sonora degli Issaoua di Meknés.
«Si è celebrata una vera e propria fusione - ha dichiarato il pianista jazz Scott Kinsey, altro convitato dell'edizione 2010 - anche se non riuscirei a definirla con schemi musicali o con bozzetti teorici». La notte fa la sua parte in questo gioco di concessioni e di svelamenti, ma c'è anche una disponibilità di fondo dei musicisti che si avvicinano a questa cultura cosi forte e vivificata con un rispetto che evidentemente protegge la caratura di esperimenti sulla carta spericolati. «La musica è una questione di linguaggi più che di dialetti - notava Pat Metheny in una delle edizioni passate - noi e i Gnaoua non parliamo lo stesso dialetto, ma parliamo la stessa lingua».
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100701/pagina/12/pezzo/281628/
La scena maghrebina si rivela nelle quattro giornate del festival Gnaoua. Una manifestazione che non è un artificio perché la musica è nel dna di Essaouira. I suoni di Oba Oba Spirit, OHaoussa, Darga, l'hip hop barricadero degli H. Kaine e la danza degli americani Step Afrika risuonano nelle lunghe notti rituali
Strano destino quello di Essaouira. Una cittadina che di giorno rimbalza e rifrange centinaia di colori, deve la sua notorietà planetaria a un rituale notturno. A svelare Mogador (come la chiamavano gli spagnoli) non bastano le sue gallerie d'arte, i suoi hammam, il suo suq speziato, il suo porticciolo che ogni mattina celebra il teatrino del ritorno dei pescherecci pedinati dai gabbiani. A spiegare questo luogo luminoso e speciale, affacciato sull'oceano e sferzato dagli alisei, ci vuole la notte. Un particolare tipo di notte, la «lila», la notte rituale dei musicisti Gnaoua, ma anche quella pagana e ludica dei ragazzi marocchini più freak che nei giorni del festival Gnaoua invadono la spiaggia per dormire, fumare e seguire i concerti delle star della nuova generazione musicale del Maghreb: Oba Oba Spirit, Haoussa, H-Kaine, Darga... Ascoltare il Maâlem Rachid El Hamzaoui slappare con forza sul suo guimbri, il basso a tre corde che è lo strumento sacro di questa confraternita, e incitare i suonatori di raqs (le nacchere metalliche) a una danza sempre più frenetica e ossessiva è un'esperienza che apre le porte della percezione.
La Zaouia Gnaoua dove è stata celebrata la «lila» sabato sera è una specie di casa con un cortile interno, un riad adibito alle cerimonie come la Zaouia Hmadcha, altro luogo scelto per queste pratiche musicali che vanno avanti per ore e ore e trovano nel Gnaoua Festival il suo zenith di notorietà e di frequentazione. Anche il popolo della spiaggia però è emblematico. Una fotografia del nuovo Marocco, scattata in questa città che da sempre viene definita la San Francisco del Maghreb per la sua attitudine tollerante e libertaria, un'esprit illuminato che negli anni sessanta aveva già attirato tanti rockers e scrittori occidentali. I giovani e gli adolescenti sono interessati al rap barricadero degli H-Kaine, crew hip hop di Meknés che parla spesso di temi sociali e di politica, ma sono anche infatuati della musica Gnaoua al punto che negli angoli del suq o nel marciapiede che costeggia le mura fortificate si trovano drappelli di musicisti di strada, con giovanissimi pretendenti maâlem (maestri) che improvvisano interminabili sessions armati di guimbri, raqs e voci. Il festival vero e proprio è giunto alla sua tredicesima edizione.
Un festival che non è un artificio, perché la musica gnaoua fa davvero parte del dna di questa cittadina, e che allo stesso tempo ha allargato a dismisura il numero degli «adepti», grazie alla sua forza propositiva e alla sua spregiudicatezza artistica. Gli adepti con passaporto sono i musicisti guidati dai vari maâlem che per l'occasione arrivano non solo da Essaouira, ma anche da Casablanca, Rabat, Tangeri, Marrakech...: mettono in scena il cerimoniale misterico di questa etnia che ha meticciato riti ancestrali degli schiavi africani, cultura berbera e islam. Quelli senza passaporto sono gli artisti coinvolti nel cast del festival per contaminare ulteriormente questa musica che si presta evidentemente molto bene a fungere da scheletro, da perno ritmico, da tavolozza. Varie declinazioni di questa attitudine esemplificate dai concerti fissati in Place Moulay Hassan: l'Armenian Navy Band capitanata dal percussionista e vocalist Arto Tunçboyaciyan che si «accoppia» fertilmente con il gruppo gnaoua guidato dal giovane Maâlem Hassan Boussou, il gruppo di danza statunitense Step Afrika che applica i passi dello stepping alle fibrillazioni ritmiche del guimbri del Maâlem Moustapha Bakbou, il cantante pakistano Faiz Ali Faiz e il mandolinista francese Titi Robin che dopo aver sposato i propri differenti mondi musicali trovano la forza e l'ispirazione per aggiungere anche il suono acre del mizmar (una sorta di oboe di origine egiziana), perno timbrico di ogni esternazione sonora degli Issaoua di Meknés.
«Si è celebrata una vera e propria fusione - ha dichiarato il pianista jazz Scott Kinsey, altro convitato dell'edizione 2010 - anche se non riuscirei a definirla con schemi musicali o con bozzetti teorici». La notte fa la sua parte in questo gioco di concessioni e di svelamenti, ma c'è anche una disponibilità di fondo dei musicisti che si avvicinano a questa cultura cosi forte e vivificata con un rispetto che evidentemente protegge la caratura di esperimenti sulla carta spericolati. «La musica è una questione di linguaggi più che di dialetti - notava Pat Metheny in una delle edizioni passate - noi e i Gnaoua non parliamo lo stesso dialetto, ma parliamo la stessa lingua». ESSAOUIRA
Strano destino quello di Essaouira. Una cittadina che di giorno rimbalza e rifrange centinaia di colori, deve la sua notorietà planetaria a un rituale notturno. A svelare Mogador (come la chiamavano gli spagnoli) non bastano le sue gallerie d'arte, i suoi hammam, il suo suq speziato, il suo porticciolo che ogni mattina celebra il teatrino del ritorno dei pescherecci pedinati dai gabbiani. A spiegare questo luogo luminoso e speciale, affacciato sull'oceano e sferzato dagli alisei, ci vuole la notte. Un particolare tipo di notte, la «lila», la notte rituale dei musicisti Gnaoua, ma anche quella pagana e ludica dei ragazzi marocchini più freak che nei giorni del festival Gnaoua invadono la spiaggia per dormire, fumare e seguire i concerti delle star della nuova generazione musicale del Maghreb: Oba Oba Spirit, Haoussa, H-Kaine, Darga... Ascoltare il Maâlem Rachid El Hamzaoui slappare con forza sul suo guimbri, il basso a tre corde che è lo strumento sacro di questa confraternita, e incitare i suonatori di raqs (le nacchere metalliche) a una danza sempre più frenetica e ossessiva è un'esperienza che apre le porte della percezione.
La Zaouia Gnaoua dove è stata celebrata la «lila» sabato sera è una specie di casa con un cortile interno, un riad adibito alle cerimonie come la Zaouia Hmadcha, altro luogo scelto per queste pratiche musicali che vanno avanti per ore e ore e trovano nel Gnaoua Festival il suo zenith di notorietà e di frequentazione. Anche il popolo della spiaggia però è emblematico. Una fotografia del nuovo Marocco, scattata in questa città che da sempre viene definita la San Francisco del Maghreb per la sua attitudine tollerante e libertaria, un'esprit illuminato che negli anni sessanta aveva già attirato tanti rockers e scrittori occidentali. I giovani e gli adolescenti sono interessati al rap barricadero degli H-Kaine, crew hip hop di Meknés che parla spesso di temi sociali e di politica, ma sono anche infatuati della musica Gnaoua al punto che negli angoli del suq o nel marciapiede che costeggia le mura fortificate si trovano drappelli di musicisti di strada, con giovanissimi pretendenti maâlem (maestri) che improvvisano interminabili sessions armati di guimbri, raqs e voci. Il festival vero e proprio è giunto alla sua tredicesima edizione.
Un festival che non è un artificio, perché la musica gnaoua fa davvero parte del dna di questa cittadina, e che allo stesso tempo ha allargato a dismisura il numero degli «adepti», grazie alla sua forza propositiva e alla sua spregiudicatezza artistica. Gli adepti con passaporto sono i musicisti guidati dai vari maâlem che per l'occasione arrivano non solo da Essaouira, ma anche da Casablanca, Rabat, Tangeri, Marrakech...: mettono in scena il cerimoniale misterico di questa etnia che ha meticciato riti ancestrali degli schiavi africani, cultura berbera e islam. Quelli senza passaporto sono gli artisti coinvolti nel cast del festival per contaminare ulteriormente questa musica che si presta evidentemente molto bene a fungere da scheletro, da perno ritmico, da tavolozza. Varie declinazioni di questa attitudine esemplificate dai concerti fissati in Place Moulay Hassan: l'Armenian Navy Band capitanata dal percussionista e vocalist Arto Tunçboyaciyan che si «accoppia» fertilmente con il gruppo gnaoua guidato dal giovane Maâlem Hassan Boussou, il gruppo di danza statunitense Step Afrika che applica i passi dello stepping alle fibrillazioni ritmiche del guimbri del Maâlem Moustapha Bakbou, il cantante pakistano Faiz Ali Faiz e il mandolinista francese Titi Robin che dopo aver sposato i propri differenti mondi musicali trovano la forza e l'ispirazione per aggiungere anche il suono acre del mizmar (una sorta di oboe di origine egiziana), perno timbrico di ogni esternazione sonora degli Issaoua di Meknés.
«Si è celebrata una vera e propria fusione - ha dichiarato il pianista jazz Scott Kinsey, altro convitato dell'edizione 2010 - anche se non riuscirei a definirla con schemi musicali o con bozzetti teorici». La notte fa la sua parte in questo gioco di concessioni e di svelamenti, ma c'è anche una disponibilità di fondo dei musicisti che si avvicinano a questa cultura cosi forte e vivificata con un rispetto che evidentemente protegge la caratura di esperimenti sulla carta spericolati. «La musica è una questione di linguaggi più che di dialetti - notava Pat Metheny in una delle edizioni passate - noi e i Gnaoua non parliamo lo stesso dialetto, ma parliamo la stessa lingua».
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