Connessione

Recuperare la parola d'ordine

AVVISO
Questo è un sito composto da un forum che contiene una raccolta di notizie pubblicate nel web principalmente sul Marocco. Il forum è generico, di lettura, approfondimento e intrattenimento. Gli utenti registrati possono commentare ed usufruire della ricerca avanzata. La community Italiana in Marocco è gestita gratuitamente e non ha scopo di lucro. Non si danno informazioni turistiche né di altro genere. E' vietata la pubblicità Grazie per la visita.
Chi è in linea
In totale ci sono 11 utenti in linea :: 0 Registrato, 0 Nascosto e 11 Ospiti

Nessuno

Il numero massimo degli utenti in linea è stato 113 il 19.12.10 19:49
Statistiche
Abbiamo 289 membri registrati
L'ultimo utente registrato è castino

I nostri membri hanno inviato un totale di 5477 messaggi in 4150 argomenti
Seguimi su Twitter
Il forum Italiana in Marocco sostiene questo sito sull’autismo e la Sindrome di Asperger
Condividi
Bookmark and Share
Flusso RSS

Yahoo! 
Google Reader 
MSN 
AOL 
NewsGator 
Netvibes 
Bloglines 


Disclaimer
Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Se doveste riconoscere del materiale di vostra proprietà non esitate a contattarci per rimuoverlo o per richiedere il legittimo riconoscimento. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito.
Avvisi viaggiare sicuri

Web Statistics

Psichiatria : I djin di Leila

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

090610

Messaggio 

Psichiatria : I djin di Leila




Leila è una giovane donna di trentacinque anni originaria di una grande città del Marocco ed emigrata in Italia cinque anni fa in seguito al divorzio con un connazionale, dopo un lungo matrimonio che l'ha resa infelice e succube, a suo dire, di un uomo inaffidabile e “bugiardo”. É arrivata nel nostro Paese perchè da una parte una delle sue sorelle vi risiede da tempo, dall'altra Leila esercitava in patria la professione di modellista, per cui sperava di trovare qui maggior fortuna. Prima di partire aveva dovuto lasciare i suoi due figli presso la famiglia d'origine ed affidarli alle cure della madre, sperando di poterli un giorno portare con sé, quando le sarebbero arrivate “le carte” per risiedere regolarmente in Italia.
Leila si era rivolta all'ambulatorio di psichiatria presso cui lavoro in seguito ad una sintomatologia complessa caratterizzata da disturbi gastrointestinali, lipotimie ripetute e stato confusionale che durava da alcuni giorni. Le indagini effettuate dal medico di medicina generale avevano escluso ogni causa somatica del malessere della paziente, per cui il collega l'aveva inviata a me sperando che io potessi individuare l'origine dei sintomi di Leila e approntare una terapia efficace.
La paziente viene accolta, com'è abitudine nel Servizio, da un'infermiera che si occupa di raccogliere i dati anagrafici e una breve anamnesi. L'attuale marito, di origine tunisina, si impegna a tradurre le parole della moglie che, a dispetto del lungo periodo trascorso nel nostro paese, parla pochissimo italiano. In seguito al primo colloquio l'infermiera si mostra notevolmente preoccupata: Leila sente nella sua casa rumori inspiegabili che le impediscono di riposare di notte e che, al pari dei suoi sintomi, non sembrano avere nessuna origine chiaramente identificabile. A volte sente la macchinetta del caffè che si accende spontaneamente, altre rumore di stoviglie senza che però in cucina sia presente nessuno. La paziente “sente le voci”, riporta l'infermiera con una certa apprensione.
Prima di ricevere la paziente chiedo un servizio di mediazione linguistica alla Direzione Sanitaria dell'istituzione presso cui lavoro ma, per cause burocratiche, questo supporto mi viene negato. Mi trovo così, im-mediatamente, di fronte a Leila e al marito a cui chiedo di raccontare i problemi che li preoccupano. Con mio grande stupore, la questione più urgente da risolvere era per la mia paziente non tanto quella dei rumori che le impedivano di dormire, quanto quella del lavoro: era infatti impiegata come donna delle pulizie presso un grande albergo milanese, ma da qualche tempo l'aria si era fatta irrespirabile. La sua responsabile la vessava continuamente, costringendola a orari di lavoro particolarmente pesanti, affidandole compiti che nessuno dei colleghi voleva eseguire. Sentendosi sola e priva di mezzi per affrontare questa situazione, Leila aveva chiesto un periodo di astensione dal suo impiego.
Mi viene in mente da una parte la situazione che la paziente aveva vissuto durante il primo matrimonio, dall'altra il suo arrivo in Italia, avvenuto in solitudine e senza alcun supporto da parte dei familiari rimasti in patria. Sembrava che le angosce depressive vissute in entrambe le situazioni, che Leila aveva affrontato in modo stenico ed apparentemente efficace, trovassero ora una via di riattualizzazione. La mia ipotesi non tarda ad essere confermata dalla paziente che aggiunge ulteriori dettagli rispetto al suo precedente matrimonio: questo era stato arrangiato dalle famiglie contro la sua volontà, in particolare la madre aveva insistito perché la figlia sposasse un uomo che appariva agli occhi di tutti essere un “buon partito”. Quando il ménage familiare aveva cominciato a diventare insopportabile, Leila aveva rinfacciato alla madre di essere stata la causa della sua infelicità e si era data da fare per concludere rapidamente la causa di divorzio col progetto di emigrare in un altro paese. Qui, dopo un breve periodo a casa della sorella, aveva trovato una sistemazione a Milano dove ha conosciuto l'attuale compagno, tunisino, che ha sposato con rito civile presso un piccolo comune dell'hinterland.
Dopo qualche anno dalla sua partenza, e pochi mesi prima del nostro incontro, la madre di Leila era morta in modo improvviso e apparentemente inspiegabile. La paziente ricorda con vivido dolore il suo arrivo all'ospedale marocchino, dove le hanno mostrato il corpo della madre “tirandolo fuori dal freezer”. Il tono dell'umore è deflesso, Leila mi comunica che si trova sempre più spesso a piangere da sola ed in particolar modo quando il marito è assente per lavoro. In queste occasioni chiede ospitalità ad un'amica connazionale dove rimane anche durante le ore notturne. Imposto quindi una terapia antidepressiva e le consegno le date dei successivi appuntamenti.
I nostri incontri si succedono regolarmente e, durante uno di questi, la paziente mi informa di essersi rivolta ai sindacati per ottenere aiuto nelle sue rimostranze contro il datore di lavoro. Aggiunge altresì che ha contattato le forze dell'ordine del suo luogo di residenza in quanto era stata aggredita verbalmente da un vicino di casa per futili motivi.
Queste due comunicazioni mi fanno pensare che Leila stava cercando qualcuno che la proteggesse: trovo quindi una maniera per comunicarle questo pensiero. La mia paziente ha come un moto di sorpresa, aggiunge quindi di essere molto spaventata dagli avvenimenti che si stanno verificando e di cui non si dà ragione. Le viene inoltre da pensare ai rumori che sente di notte e che la tengono sveglia: solo se è presente il marito riesce in qualche modo a riposare.
“Chi è che provoca questi rumori?”, le chiedo a bruciapelo. Dopo qualche attimo di silenzio risponde che secondo lei si tratta di spiriti, forse Malaika, spiriti dei morti, o forse Djinn. Spesso trova le cose fuori posto in cucina, una volta aveva lasciato un panno per le pulizie sul tavolo e se n'era andata. Al suo ritorno il ripiano era pulito e lo straccio non c'era più. Mi assicura di non essere la sola ad aver visto queste cose, anche il marito aveva assistito ad episodi apparentemente inspiegabili. Un giorno, recandosi in bagno, egli non aveva più trovato un contenitore giallo che gli serviva per alcuni lavori di edilizia: “I Djinn hanno dei colori preferiti”, afferma sicura.
Qualche tempo dopo Leila riporta un sogno che aveva fatto la notte precedente in cui una coppia si introduceva nella sua camera da letto e in cui l'uomo si avvicinava al comodino con l'intenzione di frugare per portarle via i gioielli. Le chiedo chi sono queste persone e la paziente continua il suo racconto affermando che in Marocco sua madre aveva fatto un patto con la coppia di Djinn che abitava la casa prima che la famiglia si stabilisse lì. Gli spiriti avrebbero concesso una tregua alla madre di Leila e ai suoi congiunti a patto di ottenere una camera matrimoniale al primo piano della casa. “Forse adesso che mia madre è morta quella coppia vuole qualcosa da me. Non è raro che i Djinn si spostino per cercare le persone a cui sono interessate, forse sono venuti qui dalla mia terra”.
Ci lasciamo su questa affermazione, non dopo aver chiarito a Leila la mia poca dimestichezza con questi esseri: se sono effettivamente i responsabili degli ultimi avvenimenti è necessario da una parte chiarire la loro natura, dall'altra trovare un esperto che possa trovare rimedi per proteggerla. La invito pertanto a parlare con i suoi familiari di questa ipotesi, io mi sarei invece occupato della terapia psicofarmacologica in cui Leila afferma di aver trovato beneficio.


Analisi del processo terapeutico e ipotesi interpretative

La storia e i sintomi di Leila portano alla nostra attenzione diversi problemi di ordine diagnostico e terapeutico che hanno determinato all'interno dell'équipe curante accese discussioni riguardo alla presa in carico della paziente. Al primo accoglimento, l'infermiera ha estrapolato dalla complessa sintomatologia della paziente alcuni elementi che le hanno fatto pensare ad una diagnosi di psicosi (“sente le voci”). In un secondo momento la responsabile dell'ambulatorio, durante una sessione di supervisione, ha posto l'accento sui temi presentati dalla paziente riguardo agli spiriti, convalidando la prima impressione dell'infermiera. Da questo punto di vista la mia paziente avrebbe facilmente potuto beneficiare di una diagnosi di psicosi schizofrenica secondo i criteri del DSM-TR: Leila presentava allucinazioni uditive, un delirio strutturato e coerente, un comportamento confuso e disorganizzato nonché una menomazione del funzionamento sociale e lavorativo. Inutile aggiungere che suddetti sintomi duravano da ben più di sei mesi, non erano legati all'uso di sostanze né a una condizione medica generale.
Il DSM, com'è noto, usa un criterio meramente descrittivo per indicare la costellazione di sintomi compresi nella diagnosi, senza porsi nella prospettiva di comprensione circa l'eziologia delle manifestazioni psicopatologiche (fanno eccezione, come abbiamo visto, i due criteri di esclusione relativi all'intossicazione da psicotropi o ad una causa medica generale). Per quanto riguarda il campo dell'etnospichiatria più in particolare, gran parte del lavoro di stesura del manuale doveva riguardare le cosiddette Culture Bound Syndromes, nel tentativo di tentarne una classificazione in accordo con i principi della psichiatria transculturale. Della mole di riflessioni scaturite da tale lavoro resta un'esile traccia nell'ultima parte del DSM, che include le sindromi culturalmente determinate quali l'amok .
Risulta quindi ovvio che, volendo porsi in una prospettiva di decentramento rispetto ai criteri nosografici occidentali e di comprensione dei sintomi riportati da Leila, dovevo attuare un radicale cambiamento del mio punto di vista ma anche di quello dell'istituzione, che vedeva nei disturbi della paziente chiari indici di un esordio psicotico cui concedeva l'attenuante generica dell'evento stressante “migrazione”.
Per attuare una tale “rivoluzione copernicana” dovevo seguire una traccia che comprendesse le rappresentazioni culturali che Leila mi aveva presentato nel corso dei diversi colloqui: a questo proposito mi resi conto che un nesso logico teneva insieme le “dispercezioni uditive” della mia paziente e il tema dei Djinn. Nel ricorso a tale rappresentazione culturalmente codificata e quindi condivisa dalla società di appartenenza (il marito non se ne mostrava minimamente stupito) mi resi conto che Leila stava tentando una spiegazione del proprio malessere. Gli spiriti non erano quindi da interpretare come un tema delirante, ma come l'eziologia degli sfortunati eventi occorsi nella storia recente della signora (malessere fisico, diverbi con il datore di lavoro, aggressione da parte del vicino di casa). Tale teoria eziologica aveva il vantaggio di collegare tra loro le esperienze negative della paziente conferendo al loro succedersi una sorta di coerenza e di necessità che acquisiva un valore protettivo peculiare all'interno dell'economia psichica di Leila. Viste da questa angolazione, le “voci” e il tema dei Djinn combiavano radicalmente il proprio statuto epistemologico tramutandosi da meri sintomi ad una teoria coerente circa una specifica “visione del mondo”.
Per procedere nella nostra analisi è opportuno familiarizzarsi maggiormente con il concetto di spirito nella cultura maghrebina: il termine “Malaika”, come mi rivelerà successivamente una capace mediatrice culturale, vale per spiriti angelici. La mia paziente attribuiva infatti questo nome allo spirito della madre morta. I Djinn hanno invece connotazioni differenti oltre che diverse origini (mussulmani, ebrei, cristiani, politeisti ) e l'etimologia rimanda a una costellazione concettuale molto ampia (Nathan 2000):

- La radice, janna, evoca l'idea di oscurità, di dissimulazione, di velo (i djinn sono esseri invisibili)
- La stessa radice etimologica designa il feto (janin), per cui si può affermare che questi spiriti sono esseri nascosti come un embrione nell'utero
-janan è il cadavere nella tomba
-jenan è la follia, la possessione da parte di uno spirito implica l'alienazione del soggetto

La polisemia del termine indica quanto questo concetto sia investito nella cultura maghrebina, per la nostra analisi sarà tuttavia sufficiente ricordare che questi esseri abitano un mondo “al negativo”: il loro regno è quello della notte, degli spazi inabitati e, più in generale, della morte .
Nel ricorrere in prima battuta ai malaika la mia paziente fornisce una preziosa traccia interpretativa rispetto ai suoi sintomi: gli angeli sono esseri che collegano il mondo dei vivi e quello dei morti e spesso hanno una valenza positiva. Nell'attribuire il termine allo spirito della madre, Leila esprime l'idea che esso sia rimasto in una sorta di interregno, che non sia stato “fissato” dai rituali legati alla morte e dal lavoro del lutto (rievocazione traumatica dell'esposizione del cadavere). Questo spirito vaga tra il regno del visibile e quello dell'invisibile, rendendo questi mondi comunicanti e instaurando una sorta di confusione tra i due, aspetto che rimanda ad uno dei sintomi di Leila (confusione psicogena).
Dal suo racconto sappiamo che il rapporto con la madre era improntato ad una certa ambivalenza in relazione alla posizione di quest'ultima riguardo al matrimonio della figlia, al divorzio e alle seconde nozze. Queste, che possono essere considerate da un certo punto di vista un “matrimonio misto”, non hanno ricevuto l'approvazione e la protezione conseguente da parte dei genitori: non a caso sono nozze “sterili”, in cui è impensabile, a detta della stessa paziente, collocare un'esperienza genitoriale . Leila ha compiuto due atti profondamente trasgressivi rispetto alla sua storia familiare. Il primo è quello del divorzio e della migrazione come “fuga” da una situazione insopportabile, il secondo è riferito al matrimonio con un uomo sconosciuto ai genitori ed incontrato in Italia. Ritorna qui il tema della comunicazione tra universi culturali differenti, della necessità di “mediazione” (la paziente parla molto male italiano) e della confusione conseguente. È come se per Leila la nuova situazione fosse “indigeribile” e difficilmente metabolizzabile (richiamando i suoi sintomi gastroenterici) in quanto ella non possiede più non solo i riferimenti della cultura di origine, ma neppure una “base sicura” emotiva in relazione ai dissapori con la sua famiglia e alla morte della madre. Pertanto, dal punto di vista dell'etnopsichiatria, e in ragione della coemergenza di psiche e cultura (Devereux 1973), si dà l'equivalenza tra le due affermazioni seguenti:

a) Leila è stata resa folle dagli spiriti maligni in quanto, trovandosi all'estero, non ha eseguito correttamente i rituali legati alle esequie funebri della propria madre
b) Leila è afflitta da uno stato depressivo profondo in relazione al decesso della madre cui era legata da un rapporto conflittuale ed improntato ad una profonda ambivalenza

Nel primo caso l'enunciato è espresso in una forma tipicamente culturale, nel secondo in termini psicoanalitici: l'equivalenza tra i due è una delle ragioni per cui alcuni autori pongono sullo stesso piano psicoanalisi e sistemi tradizionali di cura (Nathan 2006).
Secondo Tobie Nathan (2000: XV) i migranti vivono i primi anni nel nuovo contesto “come se potessero preservare l'essenziale: la natura del proprio essere e la speranza del ritorno. Sembra precisamente nel momento in cui rinunciano all'illusione di rimanere intatte malgrado la migrazione che alcune persone sviluppano una nevrosi traumatica. Lo scarto che si osserva tra l'avvento di ondate migratorie e lo sviluppo di dispositivi clinici etnopsichiatrici potrebbe essere ricondotta precisamente a questo periodo di latenza”. I sintomi di Leila intervengono dopo diverso tempo dal suo arrivo in Italia, in un periodo della sua vita in cui il lavoro del marito, piccolo impresario edile, stava prendendo un buon abbrivio e in cui la situazione economica ed esistenziale della coppia si stava consolidando: la malattia “rimette le carte in gioco” impedendo il cristallizzarsi di una condizione in cui i legami di filiazione e di affiliazione, che permettono ad ogni individuo di essere nel mondo e di trasmettere a sua volta, si erano allentati.
Al pari di questa situazione “fluida” in via di definizione, anche il dispositivo terapeutico che ho messo in atto sembra assumere contorni sempre più nitidi passando da una fase in cui mi trovavo ad essere un “osservatore partecipante” ad una in cui mi trovo a comporre un “setting meticcio” che contempla il ricorso a figure di esperti (guaritori) a sostegno dell'eziologia tradizionale, la mia figura di medico, nonché il contatto con le figure di riferimento della paziente rimaste in patria, con l'ovvia funzione di rimettere in continuità l'esperienza della mia paziente, minata dall'evento della migrazione.
L'esposizione di questo caso, presentato qui in una fase iniziale della terapia, potrà sembrare poco rassicurante a molti perchè non fornisce certezze, né tanto meno linee guida. La guida più corretta da seguire in questo ambito appare quella di cercare di restituire a ciascun migrante la propria storia e il proprio contesto peculiare (Beneduce 2007), principio che ha sempre guidato la mia pratica clinica sia con i pazienti migranti sia con i pazienti locali. Il movimento di decentramento e l'abbandono delle categorie e delle nosografie consuete appare sicuramente difficile e complesso, ma permette di accedere allo spazio culturale del paziente e farsi guidare da esso, alla scoperta di soluzioni terapeutiche inedite e foriere di un senso nuovo.



Bibliografia


American Psychiatric Association, DSM IV TR, trad. it., Masson
Beneduce R. (2007). Etnopsichiatria. Sofferenza mentale e alterità fra storia, dominio e cultura. Roma: Carocci
Il Corano, traduzione e commento di Alessandro Bausani, Sansoni, Firenze, 1978
Devereux G.(1973) Saggi di etnopsichiatria generale, Armando, Roma 1978.
Harf A., Taieb O., Moro MR (2007) Le récit de l'adoption : un révélateur du trauma des parents adoptifs, Neuropsychiatrie de l'enfance et de l'adolescence, vol. 56, num 4-5, pp. 257-262
Nathan (2006) Ceci n'est pas une psychothérapie…L'ethnopsychiatrie au Centre Georges Devereux in Le livre noir de la psychanalyse
Nathan T. (2000) Corps d'humain, corps de djinn. “Corps" Prétentaine, N° 12/13, Montpellier, marzo 2000, 71-90.
Nathan T. (2000) Développement de l'ethnopsychiatrie clinique en France: espoirs et embûches, Prefazione alla seconda edizione de “La folie des autres. Traité d'ethnopsychiatrie clinique”, Dunod, Paris.
Ralet O. (2000) Bribres de trois lilat et de leurs personnages, Ethnopsy. Les mondes contemporains de la guérison, 2000 n° 1, pp.181-198
Transcultural Psychiatry, settembre 1998, vol.35

http://www.praticapsicoterapeutica.com/Leila.html

Incapervinca
Admin

Femminile Numero di messaggi: 5492
Data d'iscrizione: 22.04.09
Località: Marocco

Tornare in alto Andare in basso

Condividere questo articolo su : Excite BookmarksDiggRedditDel.icio.usGoogleLiveSlashdotNetscapeTechnoratiStumbleUponNewsvineFurlYahooSmarking

Permesso del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum